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Giornalisti, guai a mettere in discussione “la statura umana del collega”

Il giornalista che, con riferimento alla statura umana di una collega, utilizza espressioni che trasmodano in offese personali gratuite, commette il reato di diffamazione a mezzo stampa. (Cass. 42317/2016)

Giornalisti, guai a mettere in discussione “la statura umana del collega”, il caso

La vicenda portata al vaglio della Cassazione risaliva al maggio 2006.

Il giornalista di un noto quotidiano di Siena veniva condannato per il delitto di diffamazione a mezzo stampa per le espressioni usate nei confronti di una collega di un’altra testata locale, espressioni che si erano convertite in gratuite offese alla persona.

Il reato che si configura in tale caso è costituito dalla diffamazione, aggravata dal mezzo della stampa, ai sensi dell’art. 595 c.p., terzo comma, secondo cui: “Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”.

Giornalisti, le ragioni della pronuncia

La Corte rileva che la forma espositiva della critica deve essere in ogni caso corretta, cioè non deve in alcun modo trasformarsi in una aggressione gratuita della persona verso cui è diretta e deve essere strettamente funzionale alla disapprovazione che si vuole esprimere.

Tuttavia, il requisito della continenza, che deve accompagnare ogni notizia, non vieta l’utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, siano insostituibili nella manifestazione del pensiero critico, posto che non hanno adeguati equivalenti. (Cass. 31669/2015).

Giornalisti, il confine tra diritto di critica e diffamazione

Occorre operare un bilanciamento tra l’esercizio del diritto di critica e gli interessi che coinvolgono altri soggetti.

L’esercizio del diritto di cui all’art.51 c.p., sub specie di diritto di critica, giustifica l’utilizzo di espressioni accese, di forte impatto emotivo e oggettivamente offensive, purché non sfocino in un attacco immotivato alla sfera privata di chi ne è destinatario. In altri termini, tali espressioni non devono in alcun modo intaccare l’onore, il decoro e la reputazione dei soggetti a cui vengono rivolte.

Concentrando l’attenzione sulle connotazioni morfologiche del reato di diffamazione ex art. 595 c.p., occorre osservare che esso tutela il bene giuridico della reputazione personale altrui. Tale è quell’insieme di opinioni o attestazioni di stima riconosciute in capo ad un individuo nell’ambito di una realtà sociale in ragione di qualità morali, professionali, attinenti all’esplicazione della propria personalità nella dimensione sociale di appartenenza, costituzionalmente tutelata dall’art. 2 Cost.

La notizia che ogni giornalista diffonde deve possedere il requisito della continenza, e cioè deve essere proporzionata e misurata. Sono continenti quei termini che non hanno equivalenti e non sono sproporzionati ai fini del concetto da esprimere; la continenza formale non equivale all’obbligo di utilizzare un linguaggio grigio e anodino, ma consente il ricorso a parole forti, nella misura in cui esse siano correlate al livello della polemica e ai fatti narrati.

Le espressioni usate in tale caso dal giornalista nei confronti della collega, con specifico riguardo alla sua statura umana, sono trasmodate in una gratuita offesa personale, laddove il riferimento era alle presunte inadeguatezze della stessa.

In conclusione..

Critica sì, purchè rispetti il requisito della continenza e non si trasformi in un velato attacco gratuito alla sfera privata della persona che ne risulta essere destinataria.

Teresa Cosentino

 

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