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Housing first per i senza dimora, l’esperienza palermitana

Housing first: dalla strada alla casa

Il 5 ottobre è stato pubblicato il primo Avviso, diretto agli Enti territoriali, con il quale il Ministero del lavoro e delle politiche sociali mette a disposizione cinquanta milioni di euro per assicurare interventi strutturati a favore delle persone senza dimora e con particolari fragilità (per approfondimenti cliccare qui). Le risorse stanziate per il periodo 2016-2019 saranno ripartite tra gli Enti territoriali che presentano una concentrazione del fenomeno particolarmente rilevante; l’altra metà del budget servirà a finanziare progetti da realizzare nel periodo 2020-2022.

L’approccio di housing first, che mira all’inserimento in un’abitazione come punto di partenza per avviare un percorso di inclusione sociale, non è nuovo in Italia.

Housing first Torino. Febbraio 2014

La prima conferenza nazionale sull’Housing first: istituzioni, università e associazioni di più di 40 città italiane danno vita a una rete nazionale per lanciare un nuovo modello di approccio all’homelesseness. Obiettivo principale: favorire l’abbandono della strada e l’accesso diretto a un appartamento gestito in autonomia.

Ad ispirare la Fio.psd (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora), coordinatrice della conferenza, l’esperienza oltreoceano di Canada e Usa. Presupposto e punto di partenza è che la casa è un diritto primario. Dare un alloggio, tuttavia, non basta: operatori, assistenti sociali e e sanitari hanno il compito di aiutare l’ospite a far rete con i servizi offerti dal territorio.

Housing first Bologna. Giugno 2016

 A un anno e mezzo dal lancio del progetto “Housing first-Co.bo” ad opera del Comune emiliano, che lo ha gestito insieme all’associazione Piazza Grande, sono 64 i senza dimora che abitano in un appartamento. Il lavoro, però, continua a rappresentare lo scoglio più grande: la maggior parte dei beneficiari è disoccupata e ha un’età in cui è difficile reinserirsi. Si tenta la strada dei tirocini formativi, ma la crisi pesa. E tanto.

Housing first Palermo. Maggio 2016. Due appartamenti. Cinque uomini.

La fortuna ha sempre un grosso potere. Lascia che il tuo amo sia sempre in acqua: nella pozza in cui meno te l’aspetti, ci sarà un pesce (Ovidio).

La fortuna, sì, ha un grosso potere. Lo sa bene Riccardo, uno dei cinque ragazzi che abitano da qualche mese in una delle case affittate da “La danza delle Ombre Onlus” grazie a un finanziamento nell’ambito del bando regionale “Vecchie e nuove povertà 2013”.

L’incontro con Marina Scardavi, presidente dell’associazione di volontariato che da anni si occupa dei senza fissa dimora, è stata la prima tessera di un mosaico che – non ancora ultimato – va prendendo forma. E’ un lavoro che richiede buona volontà e tanta pazienza. E sì, la fortuna c’entra, ma il coraggio di tentare giorno dopo giorno lo si trova scavando dentro se stessi. A soli 33 anni Riccardo ha un bagaglio di esperienze che pesa. Eppure, il peso di una vita fatta di consumo di droghe, solitudine, povertà ed emarginazione, non gli ha impedito di rialzarsi.

Ricordo ancora il nostro primo incontroonce-upon-a-time

Con estrema naturalezza e l’aria di chi ha bisogno di parlare, mi ha raccontato di sé: nato in Lombardia da padre bergamasco e madre palermitana, cresciuto in una famiglia con problemi economici, costretto a crescere troppo in fretta. Allontanatosi da casa a soli 11 anni, dopo la morte da overdose della sorella, inizia a girovagare in compagnia di cattive frequentazioni. Rifiutato dalla famiglia, R. si perde. Le sue “amicizie” lo avviano al consumo di eroina e allo spaccio di cocaina. Tossicodipendente già a 12 anni, si sente invincibile finché non cala la sera: quando si trova a dormire per strada, all’imbrunire scendono le lacrime. Ci si sente deboli e tremendamente soli. A 13 anni, beccato con uno zaino pieno di droga, viene arrestato. I tre anni trascorsi presso il carcere minorile Malaspina di Palermo sono anni di profonda sofferenza. “Speravo che qualcuno potesse chiedere di me, ma non è mai venuto nessuno a trovarmi”.

Tornato in libertà, di quella libertà non sa che farsene. Disorientato, senza punti di riferimento e sempre più solo, a diciassette anni tenta il suicidio: “da quei cinque litri di benzina versati sul mio corpo mi salvò una persona gettandomi dentro una fontana”. Al centro grandi ustioni di Catania, le ferite avvertite da Riccardo sono ben più di quelle visibili agli occhi. La degenza di quaranta giorni sembra interminabile: nessun abbraccio, nessuna parola di conforto, nessuna carezza. Uscito dall’ospedale, di nuovo il buio. Un tunnel di cocktail a base di alcool puro e coca cola: stordirsi è l’unico modo per superare le crisi di astinenza dalla droga. Pianto. Solitudine. Nessun motivo per sorridere.

Messina. Una sera R. incontra degli evangelisti che lo indirizzano verso una comunità di recupero per tossicodipendenti, dove rimarrà per dieci anni. Senza metadone (“volevo farcela con le mie forze”, mi dice), lavorando la terra, riesce a disintossicarsi e va via convinto di voler riprendere in mano la propria vita.

Rifiutato dalla madre, Riccardo comincia di nuovo a bere e a dormire per strada.

Un incontro fortunato
A 30 anni, il fortunato incontro con “la mami”. Marina Scardavi affonda lo sguardo negli occhi sinceri di Riccardo e gli tende una mano: gli dà un tetto sopra la testa al dormitorio pubblico di Palermo, in piazza della Pace. Inizia così la risalita del mio dolce amico. E quasi due anni fa, inizia la mia. Un sorriso, il racconto spontaneo di una vita difficile, la voglia di incontrarsi. L’ammirazione, mista a commozione, nel sentire questo sconosciuto che mi dice: “Per tutto quello che mi è successo, non posso che prendermela con me stesso”. Nessun alibi. Tanto amore per la vita. La voglia di ricominciare.

E oggi, a due anni di distanza, Riccardo ha una “mami”, tante persone che si occupano di lui e amici che gli vogliono bene. La “Casa di Muhil” (il dormitorio) l’ha lasciata a maggio. Oggi, vive in un monolocale insieme a un altro ragazzo e cerca di mantenersi con qualche lavoretto. La strada è lunga, ma quel pesce di cui Ovidio parlava, R. lo ha trovato nella pozza più impensabile.

“Dedicarmi a chi è ancora più sfortunato di me mi fa stare bene”. Mi chiama “sorellina” e mi si riempie il cuore quando mi dice che il cuscino/peluche che gli ho regalato per il compleanno è (finalmente!) a casa e quando lo vede pensa a me. E pensa a me anche quando mi invita a smettere di fumare dicendomi “mi raccomando, è importante. Ci tengo molto. Io non fumo da cinque mesi: io ce l’ho fatta”. Mi rivela quello che già so: che avere una casa per lui è sì un grande successo, ma solo la punta dell’iceberg.

Io sorrido. Penso a quanto mi sbagliavo nel credere che sarei stata io ad aiutare i ragazzi. Se chiudo gli occhi riesco a vedere le facce di Riccardo, Damiano e tanti altri. Vedo i loro sguardi e sento le loro voci. Ognuno di loro mi dà ogni giorno una nuova lezione di vita. Perché sì, “La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti” (Soren Kierkegaard). E una casa è un buon punto di partenza per ricominciare.

Claudia Chiapparrone

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