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Il Referendum Costituzionale: i punti cruciali della riforma

Il Referendum Costituzionale: i punti cruciali della riforma.

Il referendum costituzionale previsto per il prossimo ottobre ha suscitato polemiche e discussioni trasversali: dagli ambienti più giuridicamente raffinati al grande pubblico, sul nuovo testo si è proiettato un caleidoscopio di idee e di opinioni assai diverse.

Ma in cosa consiste la riforma?

Dal bicameralismo perfetto al “Senato delle Regioni”: una riforma epocale.

Il primo punto nevralgico riguarda il potere legislativo.

ParlamentoLa riforma, qualora il referendum costituzionale vedesse prevalere il “si”, altererebbe profondamente l’assetto del nostro sistema parlamentare: terminerebbe l’era del bicameralismo perfetto, e verrebbero differenziate le funzioni dei due rami del Parlamento.

Attualmente Camera dei Deputati e Senato della Repubblica sono parimenti titolari del potere legislativo, con la conseguenza che ogni nuova legge per essere approvata deve essere votata da ciascun ramo del Parlamento. E, allo stesso modo, il Governo deve ricevere la fiducia di entrambe le Camera.

Nella nuova architettura costituzionale voluta dal ministro Boschi, il Senato uscirebbe dal circuito dell’iter legis e assumerebbe funzioni nuove.

La nuova Camera, eletta a suffragio universale, sarebbe chiamata da sola all’approvazione delle leggi e resterebbe l’unica assemblea  con la quale l’esecutivo dovrebbe mantenere il vincolo fiduciario.

Il venir meno di una “seconda valutazione” dei testi legislativi potrebbe comportare, secondo i sostenitori del “no” al referendum costituzionale, un scadimento qualitativo della legislazione ed il deterioramento degli standard di garanzia. Rischi, questi, ridimensionati dal fronte del “si” che invece enfatizza  i vantaggi  connessi al superamento del bicameralismo paritario in termini di dinamismo del sistema e velocità di approvazione delle leggi.

CostituzioneIl Senato assumerebbe unicamente un ruolo di rappresentanza delle autonomie locali, modello generalmente assai diffuso in altri paesi del mondo: i suoi componenti non sarebbero eletti direttamente dai cittadini, ma selezionati dai consigli regionali tra gli amministratori locali. I membri manterrebbero lo stipendio originario, senza ulteriori emolumenti. Il Senato diventerebbe una nuova cassa armonica delle esigenze locali in ottica nazionale e conserverebbe limitati altri poteri, ad esempio parteciperebbe all’elezione del Presidente della Repubblica.

Anche su questo punto i commentatori sono divisi. Da un lato coloro che si soffermano sull’attitudine della riforma a ridurre i costi della politica. Dall’altro, invece, coloro che mettono in guardia rispetto al rischio  connesso alla concentrazione in alcuni amministratori locali ulteriori ed inedite funzioni a livello nazionale.

L’elezione del Capo di Stato verrebbe poi semplificata: referendum boschile Camere voterebbero congiuntamente, ma senza la partecipazione dei delegati regionali (la cui importanza politica sarebbe assorbita dal Senato nel suo nuovo assetto). I quorum sarebbero abbattuti e, dal settimo scrutinio, il Presidente potrebbe essere eletto con una maggioranza di soli tre quinti dei votanti, abbandonando il dogma delle soglie “assolute” calcolate sugli aventi diritto.

Così congegnata, l’elezione del Presidente della Repubblica risulterebbe certamente più rapida, ma è anche vero che in questo modo potrebbe attenuarsi il coefficiente di condivisione politica che finora ha accompagnato la scelta del Capo dello Stato.

Il nuovo “riparto di competenze”: nuova tendenza all’accentramento.

Un punto cruciale della riforma riguarda il riparto di competenze.

Maria Elena BoschiTasto dolente del testo costituzionale fin dal principio, il Titolo V deve tracciare il perimetro delle competenze legislative dello Stato e delle Regioni, per prevenire i relativi conflitti e garantire una  produzione normativa armonica.

Il Parlamento aveva operato una profonda revisione di quel settore della Costituzione nel 2001: il disegno originario prevedeva una competenza praticamente onnicomprensiva dello Stato, con alcune limitate materie assegnate alle Regioni. Con la l. Cost. 3/2001, il meccanismo, almeno in teoria, è stato ribaltato: lo Stato ha ora un elenco di competenze tassativamente individuate, mentre alle Regioni è assegnata una competenza residuale. In altre parole, le Regioni possono legiferare in tutte quelle materie non espressamente assegnate allo Stato.

In realtà, nel corso degli anni, la Corte costituzionale  ha man mano eroso le competenze regionali restituendo allo Stato la possibilità di legiferare in parecchie materie. Servendosi di concetti di “materia trasversale” o “materia valore”, il giudice delle leggi ha restituito spazio normativo al legislatore statale che era stato costretto dalla riforma del 2001 a margini di manovra troppo angusti.

La nuova riforma prosegue su questo solco e restituisce allo Stato ulteriori aree di competenza, tra le quali i settori strategici dei trasporti, dell’energia, dell’ambiente e dell’ordinamento delle professioni.

Le altre novità: scompare il CNEL, soglie più alte per le iniziative popolari, un nuovo “modello” di referendum abrogativo.

Si prevede, inoltre, la soppressione del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), organo di rilevanza costituzionale la cui importanza è stata, in realtà, messa in discussione in più di un’occasione. Il Consiglio richiede infatti spese di gestione non trascurabili e contribuisce solo marginalmente al benessere del sistema costituzionale: ha solo il potere di iniziativa legislativa, peraltro atrofizzatosi dopo una lunga stagione di inerzia, ed altre limitate competenze.

Cambiano, infine, alcune soglie relative alle iniziative popolari ed ai referendum abrogativi.

La Costituzione riconosce, tra i titolari dell’iniziativa legislativa, anche i singoli cittadini.

Attualmente, per proporre una legge, è necessaria la raccolta di 50mila firme. Se il nuovo testo venisse approvato dal referendum costituzionale, le firme necessarie sarebbero innalzate a 150mila. È necessaria una precisazione: le iniziative popolari hanno statisticamente avuto scarsa fortuna e, in genere, tendono a naufragare tra i flutti delle discussioni parlamentari. Eppure, l’innalzamento testimonia un pericoloso orientamento di marginalizzazione del contributo popolare nell’aggiornamento dell’enciclopedia normativa della Repubblica. E’ anche vero, però, che probabilmente le soglie più alte potrebbero costringere l’assemblea parlamentare a tenere in maggiore considerazione l’iniziativa popolare.

Infine, viene infranto un simulacro inviolabile relativo ai referendum abrogativi. La costituzione prevede che, per la loro validità, sia richiesta una partecipazione al voto pari almeno alla metà degli aventi diritto. Soglia certamente alta in periodi di disaffezione politica e di astensionismo disilluso. Ancor di più considerata la recente tendenza al boicottaggio delle urne: gli elettori che desiderano la conferma del testo legislativo, invece far campagna per il “no”, invitano alla diserzione.

Il nuovo testo prevede che, se la richiesta perviene con un seguito di almeno 800.000 sottoscrizioni, il quorum è abbattuto alla sola metà dei votanti delle elezioni politiche immediatamente precedenti. Il che ha il pregio indubbio di rendere il referendum abrogativo uno strumento non più ipotetico, ma concretamente fruibile e, in situazioni delicate, davvero determinante. Ne segue però, ma s’intende, il difetto di consentire ad un elettorato potenzialmente anche molto ristretto la mutilazione di leggi soffertamente approvate in ambito parlamentare.

Davide Gambetta

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