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Immissioni nel condominio? La CTU sull’intollerabilità va sempre ammessa

Immissioni nel condominio, alto rischio di litigiosità

Il condominio, si sa, è uno degli spazi in cui la litigiosità dei cittadini italiani si manifesta maggiormente, intasando i ruoli dei Tribunali. E le immissioni nel condominio sono fra i motivi di disputa più ricorrenti. I Giudici di merito, tuttavia, talvolta trattano le liti con superficialità, costringendo la Cassazione a intervenire. È esemplare, in proposito, la vicenda su cui la Suprema Corte si è pronunciata con la sentenza n.17685/2016.

Immissioni nel condominio, la vicenda

Gli attori, abitanti in un comune veneto, ritenevano non tollerabili le immissioni di rumori, fumi e vibrazioni provenienti da un’attività di raccolta e commercio di materiali ferrosi, situata vicino la loro abitazione. Inoltre, sostenevano che questa situazione sgradevole, avesse causato anche un danno alla loro salute, oltre all’ovvio fastidio. Nonostante ciò, la Corte d’Appello aveva respinto le domande, ritenendo che non vi fossero prove dei pregiudizi patiti dai condomini, e rigettando la richiesta di C.T.U.

Chiamata a dire la sua sulla questione, la Cassazione emette una sentenza che boccia nettamente la pronuncia di merito. La decisione mette in evidenza l’insufficienza e la contraddittorietà della motivazione addotta dalla Corte d’Appello. Da un lato, infatti, i Giudici di merito ammettevano che la situazione vissuta dagli attori «era certamente difficile», dall’altro ritenevano di non approfondire l’accertamento della vicenda,  non ammettendo la C.T.U.

Immissioni nel condominio, le censure della Cassazione

immissioniLa critica maggiore fatta dalla Suprema Corte riguarda proprio quest’ultimo aspetto. Nei casi di immissioni, infatti, come stabilito dall’art. 844 c.c., è essenziale verificare se le propagazioni moleste superino la soglia della «normale tollerabilità». In ipotesi così complesse, in cui è necessario stabilire se vi sia un nesso tra i disturbi lamentati dai condomini e le immissioni incriminate, non si può prescindere da un contributo specialistico che solo un consulente può dare. Nel caso degli sfortunati abitanti di questa palazzina, fra l’altro, si trattava di patologie piuttosto serie quali ipertensione e infezioni dermatologiche, che esigono di essere vagliate attentamente.

Al contrario, la Corte d’Appello, con «motivazione apparente», e rinunciando ad ulteriori sforzi valutativi, nonostante la documentazione offerta dagli attori, ha optato per il rigetto delle domande. La decisione della Cassazione riporta la vicenda su un sentiero più equo, sottolineando la necessità di ricorrere alla CTU, che in questi casi è «fonte oggettiva di prova». 

Si auspica che le ragioni dei danneggiati possano essere valutate con lo scrupolo che meritano. Spesso, una maggiore cautela nel decidere, permetterebbe di risolvere più facilmente queste situazioni di “microconflittualità”, evitando di richiedere l’intervento della Cassazione e allungare i tempi, già lunghi, della giustizia italiana.

Alessandro Re

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