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La guerra civile siriana, ma non solo: il bombardamento delle scuole e la distinzione tra beni civili e beni militari

La guerra civile siriana, ma non solo: il bombardamento delle scuole e la distinzione tra beni di carattere civile e beni di carattere militare, alla luce del Diritto Internazionale Umanitario.

La guerra civile siriana, iniziata nel 2011, continua a mietere vittime, con oltre duecentocinquantamila morti e un numero di sfollati che sembra aver superato quello della Seconda Guerra Mondiale, e di certo il futuro non promette miglioramenti.

Intricate e complesse le dinamiche politiche, data la presenza sul campo di attori regionali (Arabia Saudita ed Iran che da oltre trenta anni si contendono il potere in Medio Oriente: la prima, grazie alle sue ingenti disponibilità economiche sostiene i gruppi sunniti radicali, comprese le realtà più integraliste del Jihad, che pur costituiscono una presenza importante nel territorio siriano, ed a cui fanno capo tutte le monarchie del Golfo, tra cui Emirati Arabi e Quatar; il secondo, invece, è il più grande alleato del regime di Bashar al-Assad che insieme a l’Hezbollah libanese e al governo sciita iracheno costituiscono la cosiddetta “Mezzaluna Sciita”. La Siria, in tale contesto, risulta essere cruciale anche e soprattutto a livello “logistico”, in quanto costituisce la base che permette a Teheran di rifornire e sostenere proprio gli alleati libanesi in prima linea contro Israele) ed internazionali (Russia e Stati Uniti in primis), così come gli accadimenti di questi giorni che ingarbugliano ancora di più la situazione.

Il riferimento è, naturalmente, alla flotta di Vladimir Putin che, composta da ben sette navi- la portaerei Kuznetsov, l’incrociatore lanciamissili a propulsione nucleare Pyotr Velikiy- classe Kirov-, i cacciatorpediniere Severomorsk e Kulakov-classe Udaloy-, la nave rifornimento Sergey Osipov- classe Boris Chilikin-, due navi di supporto ed il rimorchiatore d’altura Nikolay Chiker) naviga già nel Mar Mediterraneo alla volta proprio della Siria (inoltre, secondo alcune notizie di queste ore, a tale gruppo di battaglia sarebbero destinati ad unirsi alcuni sottomarini classe “Akula”). Di contro, sembrano corroborare questo nuovo clima da guerra fredda il (non troppo velato) veto posto dalla Nato ai propri membri nel fornire assistenza e possibilità di rifornimento al gruppo navale russo.

D’altronde, soprattutto gli Stati Uniti (oltre a molti Paesi europei) vorrebbero incrementare le sanzioni economiche già attuate contro la Russia (dopo la crisi ucraina) con altre collegate ai bombardamenti delle forze aeree di Putin in Siria che, secondo i suddetti, avrebbero provocato (e potrebbero continuare a provocare) numerose vittime civili.

Non a caso, proprio nei giorni recentissimi, ben tre istituti scolastici nel Nord del Paese (siriano) sono stati oggetto, alcuni (quelli a Idlib), di diversi bombardamenti in seguito a dei raid governativi (che secondo le stime dell’Unicef avrebbero portato alla morte di ventidue scolari e di sei insegnanti), altri da parte di alcuni gruppi terroristici (che, come riporta l’agenzia siriana Sana, controllata dal governo di Damasco, avrebbero causato la morte di sei bambini: tre uccisi mentre erano in classe e tre a casa).

Sulla vicenda, ha preso posizione, tra tante, l’associazione umanitaria “Save the Children” che, tramite Nick Finney, direttore della predetta organizzazione per il Nord-ovest della Siria, ha affermato: “Siamo sconvolti dalla notizia dei bombardamenti su una scuola a Idlib in Siria, che avrebbe causato la morte di 22 bambini. Non ci sono giustificazioni per gli attacchi a scuole o ad altre infrastrutture civili come gli ospedali, che dovrebbero essere localizzati dalle parti in conflitto: eppure tragedie di questo tipo continuano a verificarsi in Siria. “, per poi concludere denunciando che “Questi attacchi costituiscono un potenziale crimine di guerra e devono essere oggetto di un’indagine internazionale“.

Per parte sua, la principale “indagata”, la Russia, ha subito preso posizione, tramite le parole del portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova che, come riporta la Tass, ha riferito: “Mosca non c’entra nulla e chiede alle istituzioni internazionali di iniziare subito un’inchiesta sull’omicidio dei 20 studenti“.

Chiaramente, il conflitto siriano non è l’unico nel quale, purtroppo, si sia assistito alla distruzione di scuole ed alla morte di bambini (basti ricordare il conflitto israelo-palestinese, con il bombardamento, ad esempio della scuola Abu Hussein delle Nazioni Unite poco fuori della città di Gaza).

A livello giuridico, allora, il quesito è se, secondo le norme di diritto internazionale umanitario (o dei conflitti armati) possa considerarsi lecito il bombardamento di una scuola e la conseguente uccisione di bambini ed insegnanti: la risposta potrebbe essere scontata, certamente, ma a patto che si tengano in considerazione alcune altre circostanze che, se presenti, potrebbero ribaltare il giudizio.

Per prima cosa occorre chiarire che le norme del DIU non consentono di attaccare qualsiasi bene: l’art. 52 del I Protocollo Addizionale del 1977 stabilisce la liceità degli attacchi solo se diretti contro “beni che per loro natura, ubicazione, destinazione o impiego contribuiscono effettivamente all’azione militare, e la cui distruzione totale o parziale, conquista o neutralizzazione offre, nel caso concreto, un vantaggio militare preciso” (anche qui, però, occorre fare attenzione a non confondere il concetto di obiettivo militare con quello di bene militare: infatti, se un ponte può costituire obiettivo militare ove strumentale al passaggio delle truppe, un mezzo della sanità militare, pur essendo un bene militare, non potrà certamente essere considerato un obiettivo militare).

Due sono quindi i requisiti affinchè un obiettivo possa essere definito militare: il primo è che il bene deve contribuire effettivamente all’azione bellica del nemico

  1.  per natura (aereo militare, nave militare, mezzi corazzati, armi, munizioni, ecc);
  2.  per ubicazione (area militarmente importante, ad esempio: ponte che serve al passaggio delle truppe nemiche);
  3.  per destinazione (uso futuro del bene, ad esempio: bus civile destinato a trasportare armi);
  4.  per impiego (uso attuale del bene, ad esempio: scuola all’interno della quale si è insediato un comando militare).

Il secondo requisito è che la conquista, distruzione o neutralizzazione deve offrire un vantaggio militare preciso, ossia concreto e diretto, escludendo vantaggi difficilmente percepibili e quelli che si possano materializzare nel lungo periodo (ad esempio: distruggere una stazione radio-televisiva perché utilizzata quale mezzo di propaganda): secondo la dottrina maggioritaria, che segue la dichiarazione interpretativa dell’Italia e di altri Paesi della NATO aderenti al I P.A., il vantaggio deve essere valutato riferendosi all’attacco nel suo complesso e non a isolate o specifiche parti di esso e, cosa fondamentale, questi requisiti devono essere rispettati nel caso concreto (“in the circumstances ruling at the time”).

Da quanto detto, dunque, sembra evidente che, una scuola- generalmente non attaccabile-, ove invece dovesse nascondere alcuni nemici, o fosse usata come deposito di armi, potrebbe essere riconosciuta come obiettivo militare ed attaccata.

Certamente, è importante una intensa ed approfondita attività di intelligence, che possa documentare (anche in una futura ed eventuale sede giurisdizionale) la fondatezza dell’attacco e la sua non indiscriminatezza, così come una tempestività dello stesso (attacco), posto che durante un conflitto, lo scenario possa cambiare rapidamente e quello che, in un certo momento, rappresenta un obiettivo militare lecito possa non rappresentarlo più in un momento successivo.

In secondo luogo, tra gli obiettivi militari rientrano poi anche i beni “dual use”, ossia i beni che, pur destinati all’utilizzo da parte della popolazione civile, possono sostenere lo sforzo bellico dell’avversario (ad esempio: stazioni radiotelevisive; centrali telefoniche; impianti di produzione elettrica; vie di comunicazione e trasporto; depositi di petrolio, porti e aeroporti).

Naturalmente, il Comandante che decidesse di attaccare un bene “dual use” dovrà preventivamente valutare:siria-scontri-e13306897768341-545x371

  • il requisito di obiettivo militare in capo ad esso;
  • il vantaggio militare conseguente ad un suo attacco, anche in considerazione delle eventuali perdite civili che, in questi (e solo in questi) casi, potrebbero essere considerate accettabili.

Certamente, la decisione dovrà essere una saggia e sapiente sintesi tra quanto poc’anzi detto ed il dato normativo: un tipico esempio usato in dottrina è quello riguardante l’attacco avvenuto, nel maggio del 2000, durante il conflitto Etiopia – Eritrea ai danni di una centrale elettrica situata a circa dieci chilometri dalla città di Massawa[1].

Terzo punto: è vero che il I P.A. non fornisce una elencazione tassativa dei beni che possono costituire obiettivo militare (né potrebbe farlo, vista la peculiarità della materia e la vasta gamma di situazioni operative che possono svilupparsi in un conflitto armato), ma è altresì importante sottolineare che, in caso di dubbio sulla qualificazione di un bene (obiettivo militare o bene di carattere civile), lo stesso non potrebbe/dovrebbe essere attaccato, secondo una prassi che trova peraltro fondamento nella presunzione di cui all’art. 52 I P.A. par. 3, secondo cui “in caso di dubbio, un bene che è normalmente destinato ad uso civile, quale un luogo di culto, una casa, un altro tipo di abitazione o una scuola, si presumerà che non sia utilizzato per contribuire efficacemente all’azione militare[2].

Insomma, da quanto emerso, appare evidente che, nella dinamica di un azione bellica siano tante le varianti da tenere in considerazione: certamente, non saranno mai ammesse, e come tali saranno ritenute illecite, le uccisioni indiscriminate, e quelle derivanti da mezzi e metodi usati in maniera sproporzionata e non necessaria. O quelle commesse con colpa.

Occorrerà valutare caso per caso, dunque, pur nella consapevolezza che (anche in riferimento ai casi di cronaca da cui si è tratto triste spunto), la morte di bambini innocenti e, comunque, di civili inermi, non potrà mai trovare la dovuta giustificazione nelle coscienze e nei cuori di ogni uomo dotato di determinati valori.

La speranza è che le eventuali Commissioni che- si spera- vengano istituite per indagare sull’accaduto, facciano presto e bene il loro compito e che, soprattutto, si giunga ad una verità, anche se purtroppo, le necessità diplomatiche ed i rapporti di forza tra gli Stati, quasi mai, hanno permesso ciò in passato.

Marco Valerio Verni

yarmouk

[1] Il 28 maggio 2000 due jet etiopici bombardarono gravemente la centrale elettrica di Hirgigo, situata a circa dieci chilometri dalla città di Massawa. La Commissione arbitrale, con sentenza del 19 dicembre 2005, investita del caso, ritenne, con giudizio espresso a maggioranza, che la suddetta (centrale) fosse un obiettivo militare lecito ai sensi dell’art. 52 del I PA., non solo per la sua capacità di fornire in futuro energia a un porto e ad una base navale di grande importanza per il nemico, ma anche in ragione della rilevanza economica del bene, la cui distruzione avrebbe potuto indurre l‟Eritrea a trattare il cessate il fuoco.

Chiare le conseguenze implicite nella seconda motivazione, con la quale si rischia di estendere il concetto di obiettivo militare a tutto ciò che può comportare l’inflizione di gravi perdite economiche al nemico: d’altronde è altrettanto vero che nei manuali militari USA si chiarisce che “Military advantage is (….) linked to the full context of war strategy” (Operational Law Handbook – Ed. 2004 e 2008), con ciò ricomprendendo nel concetto di obiettivo militare tutto ciò che può sostenere anche indirettamente le capacità belliche di uno Stato, con possibili ripercussioni negative sul principio di distinzione.

[2] Tale interpretazione sembra confermata anche dalle “Instructions” emanate dalla Sezione Legale delle Forze armate israeliane durante l’Operazione Cast Lead (2008-2009), secondo cui “a dual use objective may be attacked if reliable, conclusive and up-to-date information confirms that it serves the military activities of the enemy, and subject to the principle of proportionality. In case of doubt, such objective shall be presumed to be civilian” (cfr. The Operation in Gaza – 27 December 2008- 18 January 2009 – Factual and Legal Aspects, The State of Israel, July 2009).

 

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