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L’anzianità contributiva è sufficiente per la risoluzione del rapporto? La Cassazione dice “no”

Se un dipendente pubblico ha raggiunto l’anzianità contributiva massima di 40 anni ma non ha ancora compiuto i 65 anni di età può rimanere in servizio?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18099/2016, depositata il 23 settembre scorso, ha detto sì negando all’Ente pubblico la possibilità di collocare forzatamente a riposo tale lavoratore sol perché lo stesso ne “possiede i requisiti soggettivi ed oggettivi”.

Pertanto, il dipendente che voglia rimanere in servizio può pretendere dall’amministrazione un’idonea motivazione, sulla quale poi poter esercitare un controllo di legalità circa la facoltà di risoluzione esercitata rispetto alla finalità di riorganizzazione perseguita dall’ente datore di lavoro.

Protagonista della sentenza in esame un dipendente presso il Comune di Campione d’Italia che, avendo raggiunto e superato i 40 anni di contributi, era stato licenziato.

Il caso

come-si-calcola-la-pensioneIl dipendente (fino al 31 marzo 2010) del Comune di Campione d’Italia aveva adito il Tribunale di Como impugnando il provvedimento di collocamento a riposo adottato in applicazione dell’art. 72, comma 11, del D.L. 112/2008, che consentiva alla pubblica amministrazione di risolvere il rapporto di lavoro dei propri dipendenti al raggiungimento, da parte degli stessi, dell’anzianità massima contributiva di 40 anni.

Il giudice di primo grado aveva ritenuto che il collocamento a riposo trovasse piena giustificazione nella richiamata normativa che richiedeva come unico requisito la maturazione dell’anzianità massima contributiva di 40 anni e non richiedeva la prova del risparmio gestionale.

La Corte d’Appello di Milano, con la sentenza n. 1651 del 2012, confermava la sentenza emessa dal Tribunale di Como.

Ricorreva, quindi, in Cassazione l’ex dipendente collocato a riposo chiedendo accertarsi l’illegittimità della risoluzione, con la conseguente reintegra, con la qualifica e le mansioni espletate al momento del licenziamento, oltre corresponsione delle retribuzioni non percepite, maggiorate di interessi e rivalutazione.

La sentenza n. 18099/2016

La Corte di Cassazione, dopo aver ripercorso le principali norme che disciplinano la materia e aver ripreso i principi della sentenza della Corte Costituzionale n. 146/2008 (secondo la quale la pubblica amministrazione è tenuta sempre al rispetto dei principi costituzionali di legalità, imparzialità e buon andamento) ha statuito che il carattere facoltativo della risoluzione in funzione dell’anzianità necessita comunque, per non tradursi in discriminazione, di un “percorso valutativo che garantisca la legittima finalizzazione dell’interesse pubblico dell’amministrazione a una più efficace ed efficiente organizzazione, nel rispetto dei principi di buona fede e correttezza e dei criteri di imparzialità e trasparenza, ciò rappresentando garanzia dei diritti diritti dei lavoratori, in un ragionevole bilanciamento dei diversi interessi costituzionalmente protetti che vengono in rilievo”.

L’anzianità contributiva non basta

Le ragioni della risoluzione, quindi, non potranno rinvenirsi nel solo raggiungimento dell’anzianità contributiva, come affermato erroneamente dalla Corte d’appello di Milano che ha ritenuto esaustivo il provvedimento dell’amministrazione comunale.

Quindi i giudici di appello dovranno riaffrontare il caso mediante un bilanciamento che riguarderà, da un lato, l’interesse della PA a ridefinire le strutture organizzative e, dall’altro, la posizione professionale del dipendente messo a riposo con una motivazione insufficiente.

Fabiola Fregola

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