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Chiesta l’archiviazione per l’orafo che uccise il rapinatore in casa: “fu legittima difesa”

Quando difendersi può costare caro: legittima difesa, un istituto controverso

Sono trascorsi più di dieci mesi per ottenere un po’ di conforto dalla giustizia, da quando quel 24 novembre scorso il gioielliere della provincia di Milano, Rodolfo Corazzo, veniva sottoposto ad indagini per aver sparato, in casa propria, contro dei malviventi armati. Questi, infatti, dopo essere stato minacciato personalmente e aver visto la propria figlia nelle mani di perfetti sconosciuti, è stato coinvolto in uno scontro a fuoco in cui ha ucciso uno dei tre rapinatori.

A conclusione delle indagini, il pubblico ministero ha infine richiesto l’archiviazione, avendo accertato la compatibilità degli esiti delle perizie balistiche con le dichiarazioni sin da principio rese dal Corazzo, che aveva affermato di essersi legittimamente difeso. Eppure, sebbene tale risvolto abbia portato taluno ad esultare, dicendo che “giustizia è fatta!”, in realtà, non sono stati ancora superati tutti i passaggi processuali. È ancora necessario, infatti, un provvedimento del Giudice per le indagini preliminari che si accordi sulla stessa linea, decretando la definitiva chiusura del procedimento a suo carico.

Sebbene la conclusione sembrasse ovvia, la necessità di indagini non deve stupire affatto

Infatti, quando si parla di legittima difesa, sembra che tutti sappiano di che si tratti: un’eccezionale ipotesi in cui lo Stato delega il cittadino, in qualche modo, a difendersi da solo da eventuali aggressioni a determinati beni. Beni che, peraltro, secondo un orientamento consolidato, non hanno solo natura soggettiva, ben potendovi rientrare anche i diritti patrimoniali.

Affinchè possa sussistere tale causa di giustificazione, però, devono coesistere tre elementi scriminanti. Il soggetto deve essere spinto ad agire per tutelare un “diritto proprio o altrui”. La situazione pericolosa (l’offesa) deve essere: attuale, ciò significa che tale requisito viene meno se l’aggressione è già conclusa o, peggio ancora, non è iniziata; ed ingiusta, ossia commessa in violazione di una norma di legge.

Nei confronti di tale offesa, la reazione del soggetto deve essere l’unica possibile, necessaria e, quindi, inevitabile, oltre che proporzionata.

La legittima difesa non può consistere in una violenza legalizzata dei buoni contro i cattivi

Il problema, però, si complica quando l’aggressione avviene in uno di quei luoghi in cui una persona dovrebbe sentirsi più protetta, più sicura, come la propria abitazione, la propria auto, il proprio luogo di lavoro. L’opinione pubblica, in questi casi, è molto sensibile.

Per questi motivi, all’art. 52 c.p., proprio nell’ottica di intervenire in casi analoghi in cui vi è anche violazione di domicilio, sono stati inseriti i commi 2 e 3 (dalla L. n. 59/2006) che prevedono una sorta di presunzione assoluta di legittima difesa quando, nei luoghi indicati dall’art. 614 c.p., chi si difende utilizzi eventualmente “un’arma legittimamente detenuta” e non vi sia desistenza dell’altra parte. Va da sé che, però, oltre alla verifica della sussistenza di tali presupposti, devono sussistere anche tutti quelli prima delineati.

È proprio questo che ha richiesto di indagare oltre nel caso di Corazzo: dimostrare di non aver ecceduto nell’uso dei mezzi a propria disposizione e di non aver, a propria volta, aggredito ingiustamente il proprio aggressore.

A questo punto, la parola al GIP. Sarà davvero fatta giustizia?

Laura Piras

 

 

 

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