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Less is more: la Cassazione contro i ricorsi prolissi

Conciso, chiaro, sintetico: ecco l’identikit del ricorso per Cassazione ideale.
Il periodo sintattico -nella sua struttura più semplice e lineare- è costituito da un soggetto, un verbo e un complemento. Anche se non sempre è possibile limitare il testo a un succedersi di frasi così semplici, bisognerebbe tendere a semplificare i periodi, spezzando quelli troppo lunghi. Periodi più lunghi lasciano di regola il lettore senza fiato e spesso impediscono di comprendere bene la relazione logica tra le diverse frasi: dunque fra i concetti.” (G. Carofiglio, Con parole precise. Breviario di scrittura civile, Laterza, 2015).
Il nostro ordinamento pone un’espressa prescrizione di sinteticità solo con riguardo agli atti del giudice, ai sensi degli artt. 132 e 134 c.p.c. e 118 disp. att. c.p.c. L’interprete, dunque, dovrà modellare la pronuncia muovendosi tra una “concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione” e una succinta motivazione.

Ma quali rimedi per i ricorsi inutilmente prolissi?

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Lungi dal far luce sulle questioni giuridiche oggetto del processo, infatti, l’irragionevole estensione del ricorso per Cassazione potrebbe allontanare dall’obiettivo preso di mira: un processo celere, ispirato alla logica costituzionale e sovranazionale della ragionevole durata (artt. 111 Cost. e 6 CEDU).
Tuttavia, l’incontinenza espositiva non determina ex se l’inammissibilità del ricorso per Cassazione. Nel nostro sistema normativo, infatti, manca una specifica sanzione processuale volta a punire la prolissità degli atti di parte e, in particolare, l’ingiustificata ridondanza del ricorso diretto al giudice di legittimità. A contrario, la Rule 33 della Supreme Court of the United States circoscrive persino il limite di parole e di pagine, calibrando tale soglia quantitativa alla tipologia di atto processuale.
Difetta, inoltre, ogni potere della Corte di Cassazione in ordine alla possibilità di disegnare il perimetro dimensionale degli atti di parte nel giudizio di legittimità. Spetta, invece, alla Corte di Giustizia dell’Unione europea la facoltà di fissare “[…] mediante decisione, la lunghezza massima delle memorie o delle osservazioni depositate dinanzi ad essa” (art. 58 del Regolamento di procedura della Corte).
Tuttavia, nonostante l’assenza di una normativa espressa precluda una sanzione tesa a stigmatizzare l’irragionevole sovrabbondanza del ricorso per Cassazione, è opportuno che le parti si cimentino nella redazione di atti chiari e sintetici, caratterizzati da una cifra stilistica sobria e asciutta (Cass. n. 11199/2012). L’ideale linguistico cui aspirare, infatti, “è un italiano che sia il più possibile concreto e il più possibile preciso” (Italo Calvino).
Tale snellezza espositiva è funzionale a manifestare con evidenza e nitore tutto e solo quello che serve per decidere.
A tale ricostruzione è sotteso l’art. 3, co. 2° del codice del processo amministrativo; tale disposizione, spronando anche le parti a redigere “gli atti in maniera chiara e sintetica”, vale come principio generale di diritto processuale, operando nel processo amministrativo ed, altresì, in quello civile. Tale ampia portata si giustifica ricorrendo ai principi di ragionevole durata del processo e di leale collaborazione tra le parti processuali e tra le stesse ed il giudice.

La Corte di Cassazione n. 21297/2016: il dono della sintesi!

Nel caso di specie “l’esposizione sommaria dei fatti della causa” (art. 366, co. 1° n. 3 c.p.c.) non può ritenersi soddisfatta dalla tecnica redazionale prescelta dal ricorrente, che opta per la mera trascrizione degli atti del giudizio di merito.
Inoltre, anche i motivi di ricorso -ben 18, estesi in 191 pagine- risultano redatti attraverso un’esorbitante riproposizione di stralci di atti processuali e documenti, riversando erroneamente in sede di legittimità il contenuto dei gradi di merito.
Pertanto, il bravo difensore nell’attività di narrazione deve utilizzare modalità espressive sintetiche e riassuntive, che rendano immediatamente percepibili e pienamente comprensibili le censure mosse alla sentenza impugnata (Cass., sent. n. 5698/2012).
Nel caso concreto, invece, i fatti di causa dovrebbero essere ricostruiti dalla Cassazione, tra le “sudate carte” che emergono dalla riproduzione degli atti del giudizio di merito e di altri giudizi tra le stesse parti.
La violazione del principio di sinteticità, dunque, può comportare il rischio di “pregiudicare l’intelligibilità delle questioni sottoposte all’esame della Corte, rendendo oscura l’esposizione dei fatti di causa e confuse le censure mosse alla sentenza” oggetto di impugnazione. Per tale via, inevitabilmente, si incorre nella violazione dell’art. 366, co. 1°, n. 3 c.p.c.: non contenere l’esposizione sommaria dei fatti di causa espone il ricorso per Cassazione all’espressa sanzione testuale dell’inammissibilità.
Chi è diventato avvocato, pertanto, deve tener sempre a mente i consigli di “un esercito di maestre elementari”: pensierini chiari, semplici, brevi.
Attenzione avvocati, anche nella stesura del ricorso per Cassazione… less is more!

Claudia Cascio

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