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Lettere a Francesca, l’urlo innocente di Enzo Tortora

Roma, 17 Giugno 1983: il famoso Enzo Tortora, all’epoca conduttore del fortunatissimo “Portobello”, viene prelevato dal Plaza Hotel e arrestato. Contro di lui la magistratura di Napoli, che agisce sulla base delle accuse mosse da numerosi pregiudicati camorristi (Tra questi spiccano i nomi di Giovanni Pandico, Pasquale Barra). Le dichiarazioni affermano che Enzo Tortora ha rapporti con esponenti della camorra napoletana e gestisce un traffico di stupefacenti all’interno delle redazioni RAI. Comincia così l’interminabile calvario presso il carcere di Roma Regina Coeli e in seguito di Bergamo. Sette i mesi di reclusione che Tortora dovrà duramente sopportare, durante i quali la magistratura italiana si mostrerà gestire il caso in tutta la sua “banalità superficiale” e la sua “rozzezza prevenuta e folle“.

Lettere a Francesca, un uomo innocente

Il primo grande errore: avere dato repentino adito alle parole di quei malavitosi assassini, i quali nell’ottica di una riduzione della pena, sembrano aver messo in piedi una sorta di “congiura” contro un Uomo innocente. In un processo pregno di lentezza e contraddittorietà che durerà 4 anni (Si concluderà con la completa assoluzione dell’accusato, poiché in mancanza di prove “ il fatto non sussiste”), ciò che sconvolge è l’operato dei magistrati, che nonostante il madornale abbaglio, si imporranno, intoccabili, con il loro potere inumano. Concorrono insieme alla stampa sanguisuga e meschina, a creare quello che diventerà un enorme caso mediatico, che vede spaccata l’Italia di quegli anni in “colpevolisti” e “innocentisti”. Il malinconico libro “Lettere a Francesca” racconta la battaglia di Tortora dalle carceri. Nelle lettere dal sapore amaro e incredibilmente dolce allo stesso tempo, Tortora mantiene il suo contatto con la compagna Francesca Scopelliti ( E’ lei che a posteriori ha voluto che ne venisse fatta una raccolta in libro).

Lettere a Francesca, il rammarico nei confronti dello Stato Italiano

Nelle lettere è il rammarico nei confronti dello Stato italiano a venire fuori con violenza, uno Stato che Tortora non sente più suo: mentre i giudici sono al mare, lui sta vivendo una guerra da innocente; si ritrova intrappolato nell’”inciviltà procedurale”e si chiede sconvolto dove sia la Democrazia.

Contemporaneamente la dolcezza e l’intelligenza di un uomo puro sciolgono l’animo del lettore: “Ho voglia di immaginarmi altrove, […] il Tramonto e io con la mano nella tua”, “Le tue lettere le leggo per ultime, perché una traccia di te mi resti tra le mani, tra le ciglia, insomma per portarmi te nel regno del sonno..”, “ Spero solo di uscire e baciarti le mani..”. Difficile è non immedesimarsi; non sentire dall’interno muovere un’angoscia lenta e un violento fervore. Così ti ritrovi a immaginare te stesso scrutare tra le fredde sbarre una giustizia che non è Giusta.

Erica Barra

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