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Libertà di espressione, quando il sarcasmo del giornalista non integra la diffamazione

Libertà di espressione, quando il sarcasmo del giornalista non integra la diffamazione

In una recente decisione del 5 luglio 2016 ( Ziembinski v. Polonia ), la Cedu si è occupata di libertà di espressione, ex art. 10 della Convenzione.

Libertà di espressione, il caso polacco

Il caso, trae origine dalla vicenda di Maciej Ziembinski, giornalista, direttore ed editore del giornale settimanale polacco  “Komu i Czemu” (“Chi e Perché”). Nell’ Agosto 2004, alla pagina 33 del giornale, egli pubblicava un articolo in cui – seppure allusivamente – si criticava la politica della città. Il sindaco,  autorizzò la realizzazione di un allevamento di quaglie per fronteggiare il problema del tasso elevato di disoccupazione. In quelle righe, il giornalista, criticò sarcasticamente la vicenda con il tipico intento provocatorio del giornalismo d’inchiesta,  volto a “punzecchiare” le coscienze dei lettori verso la riflessione culturale e sociale e a chiedersi  il “chi ed il perchè” dei fatti di interesse collettivo.

Il giornalista, fu accusato di diffamazione a mezzo stampa ex art 212 § 2 del codice penale polacco, per aver utilizzato termini come <<intorpidito>>, <<noioso>>, <<stupido>>, <<lento a capire>>; sostantivi ritenuti lesivi della reputazione dei politici ai quali indirettamente si riferiva.  Sia in primo che in secondo grado, il giudice polacco aderì al profilo contestato dai querelanti  e dunque condannò il giornalista al pagamento di una pena pecuniaria proporzionata alla gravità del danno. Non vi erano dubbi: si trattava di un articolo diffamatorio.

Ziembinski, esperì ricorso alla Cedu, che con un revirement ha stravolto il profilo giurisprudenziale interno.

Libertà di espressione, i rilievi della Corte

diffamazioneLa Corte, prendendo spunto anche dalla costituzione polacca che sancisce la libertà di espressione come un diritto liberamente esercitabile da ogni cittadino e non soggetta a limiti (se non nei casi previsti per legge),  ha lapidariamente affermato che essa, in relazione ai fatti di causa, andava contestualizzata nella sua genericità e che,  quando un articolo di giornale ha ad oggetto i politici, la libertà di espressione trovi  maggiore estensione e tutela rispetto alla reputazione . Si tratta dunque di un bilanciamento di diritti e di interessi, solo apparentemente contrapposti e che trovano tutela all’art. 1o Cedu.

La Corte, ha rilevato che non vi fu alcun intento diffamatorio, perchè non si poneva direttamente accusa ad un singolo individuo, ma si trattava semmai di un articolo invettivo con una scelta stilistica ben precisa, volta a richiamare l’opinione pubblica sulle questioni attuali. Si  trattava di libero esercizio dell’attività giornalistica. I giudici interni, avrebbero dovuto contestualizzare l’uso delle parole con le circostanze di fatto e non dunque valutarle nel loro autonomo significato.

La Corte, ha dunque condannato la Polonia  a corrispondere il risarcimento del danno in favore dell’ applicant.

Sarah Viscardi

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