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Licenziamento collettivo: illegittimo se il criterio utilizzato è del tutto generico

Illegittimità del licenziamento collettivo: questo quanto statuito dalla Suprema Corte che, con sentenza n. 23100 pubblicata l’11 novembre 2016, ha rigettato il ricorso presentato dalla Unicredit s.p.a. confermando la condanna della stessa alla reintegrazione del dipendente ingiustamente licenziato.

Il fatto

La questione prende le mosse dall’accordo sindacale del 15 settembre 2012, con il quale Unicredit s.p.a., “al fine di salvaguardare la funzionalità di strutture operative ed organizzative strategiche per il Gruppo, limitatamente ad un numero marginale di posizioni con contenuti specialistici e/o commerciali di particolare rilevanza“, si era riservata “la possibilità di posticiparne la data di risoluzione del rapporto di lavoro per un periodo di massima di 9 mesi e comunque nell’ambito di valenza del Piano Strategico“.
La Società, dunque, anche dopo l’apertura della procedura di licenziamento collettivo, aveva ritenuto di tenere indenni i lavoratori con”posizioni con contenuti specialistici e/o commerciali di particolare rilevanza” per i quali il rapporto di lavoro era, dunque, proseguito, in virtù di tale riserva datoriale.
Gli Ermellini ritengono che l’illegittimità del licenziamento collettivo risieda proprio nella suddetta riserva, introduttiva di un criterio generico, non obiettivo, irrazionale, che ha conferito alla società datrice un ampio margine di discrezionalità.
Ed infatti, all’unico criterio, individuato nella maturazione dei requisiti pensionistici entro le date fissate e nella non aderenza all’esodo volontario incentivato, si è accoppiata la suindicata riserva di posticipazione della data di risoluzione del rapporto di lavoro per un numero, sia pure indicato come marginale, di posizioni di lavoratori aderenti all’esodo incentivato dagli assolutamente indefiniti “contenuti specialistici e/o commerciali di particolare rilevanza“.

I motivi dell’illegittimità

In tema di licenziamento collettivo per riduzione di personale e di individuazione dei lavoratori in esubero, l’adozione, nell’accordo sindacale raggiunto in procedura di consultazione, dell’unico criterio di scelta relativo alla prossimità del lavoratore al pensionamento non è legittima, qualora tale criterio non permetta l’esauriente e univoca selezione dei lavoratori destinatari del licenziamento e, quindi, non risulti applicabile senza margini di discrezionalità da parte del datore di lavoro (Cass. 22 giugno 2012, n. 10424).
D’altronde, la legittimità del licenziamento collettivo è garantita al lavoratore licenziato proprio dalla correttezza dell’iter procedimentale: sicché, se il datore di lavoro comunica un criterio decisamente vago, il lavoratore è privato della tutela assicuratagli dalla legge, perché la scelta in concreto effettuata dal datore di lavoro non è raffrontabile con alcun criterio oggettivamente predeterminato, con la conseguenza dell’assoluta discrezionalità del datore di lavoro nell’individuazione dei lavoratori da licenziare (Cass. 5 agosto 2016, n. 16548; Cass. 5 agosto 2016, n. 16547; Cass. 5 agosto 2016, n. 16546; Cass. 4 agosto 2016, n. 16351; Cass. 23 dicembre 2009, n. 27165; Cass. 23 agosto 2004 n. 16588).
Pertanto, la determinazione negoziale dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare, che si traduca in un accordo sindacale, deve rispettare il principio non solo di non discriminazione, ma anche quello di razionalità, alla stregua del quale i criteri concordati devono avere i caratteri dell’obiettività e della generalità ed essere coerenti col fine dell’istituto della mobilità dei lavoratori.
Ciò non si era verificato nel caso attenzionato dai Giudici che, pertanto, hanno ritenuto illegittimo il licenziamento del dipendente fondato sull’utilizzazione di “un criterio del tutto generico e indeterminato”.

Domenica Maria Formica

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