Shopping Cart

Licenziamento, quando l’ispezione rileva i siti porno ma garantisce la privacy

Licenziamento, quando l’ispezione rileva i siti porno ma garantisce la privacy.

Si è soliti dire che tutto ciò che diciamo potrà essere usato contro di noi, ma nell’era di internet e pc è sicuramente ciò che “salviamo, scarichiamo, conserviamo” che ci si potrà rivoltare contro…

La vicenda e i giudizi di merito. Illegittimità del licenziamento

Nel corso di un’ispezione, venivano richiesti, ad un dipendente, chiarimenti in ordine ad alcuni files con estensione video contenuti nel disco O; quest’ultimo, però, cancellava l’intero contenuto del disco, rendendo impossibile continuare l’attività ispettiva. Eseguito successivamente l’esame dell’archivio informatico, emergeva la presenza di materiale con contenuto pornografico. Seguivano contestazione disciplinare e licenziamento, che il dipendente impugnava.

privacy
privacy

Il Tribunale dichiarava l’illegittimità del licenziamento e la Corte di Appello di Venezia confermava la decisione,  ritenendo che il licenziamento fosse illegittimo per insussistenza del fatto contestato. La banca non aveva dimostrato l’esistenza di documenti di pertinenza aziendale all’interno della parte del disco fisso del pc che era stata cancellata dal lavoratore; inoltre, il comportamento doveva ritenersi senz’altro scusabile in considerazione del fatto che gli ispettori avevano travalicato i propri poteri, imponendo al lavoratore l’immediata visione dei files, con richiesta abusiva perché sproporzionata e tale da lederne la privacy.

La ricorrente propone ricorso per cassazione, sulla base di quattro motivi.

Con il primo, la banca si duole che la ricostruzione dei fatti, posti dalla Corte d’Appello alla base della propria decisione, non corrisponderebbe ai fatti dedotti e provati. Gli ispettori non chiesero al dipendente di aprire i files, ma si limitarono a chiedere informazioni al riguardo e, dopo che il lavoratore ne aveva cancellati alcuni, lo avevano invitato a non cancellarne altri. L’attività di backup del server non aveva garantito l’integrale conservazione del contenuto, per cui era stato possibile recuperare solo una parte dei files. Quanto alla presenza di altri soggetti,  non ne avevano parlato né il lavoratore né la relazione ispettiva.

cassazione
cassazione

Corte di Cassazione, la premessa.

Per la Corte di Cassazione il motivo è fondato. Il datore di lavoro può effettuare dei controlli mirati al fine di verificare il corretto utilizzo degli strumenti di lavoro tra cui i p.c. aziendali; nell’esercizio di tale prerogativa, occorre tuttavia rispettare la libertà e la dignità dei lavoratori, nonché, con specifico riferimento alla disciplina in materia di protezione dei dati personali dettata dal D.Igs 196 del 2003, i principi di correttezza, di pertinenza e non eccedenza di cui all’art. 11, comma 1, del Codice; ciò, tenuto conto che tali controlli possono determinare il trattamento di informazioni personali, anche non pertinenti, o di dati di carattere sensibile.

Licenziabile il lavoratore se l’ispezione rileva i siti porno ma garantisce la privacy

Tuttavia, secondo i Giudici di legittimità, “a tale premessa in diritto, doveva seguire il controllo fattuale in ordine alle concrete modalità con le quali l’ispezione era stata condotta, onde accertare la reale consistenza delle attività effettuate e delle richieste degli ispettori, nonché la loro conformità con eventuali policy aziendali. Al contrario, tali modalità invasive della privacy vengono date per pacifiche dalla Corte territoriale, che ha confermato la ricostruzione secondo la quale gli ispettori avevano preteso di aprire pubblicamente i files personali; lo stesso dicasi per l’affermazione secondo la quale i dati cancellati erano integralmente recuperabili sul server.”

Ugualmente fondato è il secondo motivo, con cui la Banca deduceva violazione dell’articolo 1326 c.c. in relazione all’affermazione della Corte territoriale secondo cui la stessa avrebbe rinunciato a dare rilievo al potenziale rischio di coinvolgimento in un reato ai sensi del d.lgs n. 231 del 2001, avendo rinunciato nella lettera di licenziamento alla contestazione relativa al potenziale rischio discendente dalla violazione di tale decreto legislativo. Per la Suprema Corte, nell’ irrogazione del licenziamento, la ricorrente aveva valorizzato al fine della complessiva valutazione della personalità del lavoratore anche il punto in questione, che invece non è stato considerato dal giudice del gravame.

Assorbiti gli altri due motivi segue la cassazione della sentenza impugnata con rinvio.

Cass. Civ. sez. Lav. sent. n. 22313 del 03.11.2016.

Iolanda Giannola

Ultimi articoli

Agi Sicilia “Una panoramica sulle novità del diritto del lavoro”
Agi Sicilia – Il capitalismo geograficamente mobile
Divorzio congiunto: e se un coniuge revoca il consenso?
Testimoni di Geova e privacy all’attenzione della Corte di giustizia UE

Formazione Professionale per Avvocati
P.Iva: 07003550824

Privacy Policy | Cookie Policy

Partner