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Unione europea post Brexit, diventa sempre più tedesca?

Il discorso post Brexit di Juncker a Bruxelles e il Summit di Bratislava

In questi giorni la stampa internazionale pone i riflettori sul Consiglio europeo di Bratislava. Proprio per questo, potrà essere sfuggito che tre giorni fa il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha tenuto invece a Bruxelles un discorso. Quel discorso è stato tenuto per la prima volta in tedesco.

“Cosa c’è di strano?” si dirà, il tedesco è una lingua coufficiale in Lussemburgo, da cui Juncker proviene. È anche vero che la Commissione europea redige i propri atti principalmente in inglese, francese e, sebbene più marginalmente, in tedesco.

C’è che Juncker per tenere un discorso giorni prima del Summit di Bratislava, poteva più semplicemente fare uso del francese. Questa è da secoli la lingua internazionale usata dai diplomatici. L’inglese la affianca per la sua ampia diffusione e comprensione. Entrambe sono lingue franche, utilizzabili per la comunicazione tra parlanti di diverse nazionalità. Entrambe sono lingue del diritto internazionale.

Di fianco alla propria lingua madre, gli europei hanno dichiarato di comprendere maggiormente l’inglese, seguito da francese e tedesco.

Oramai, appare lapalissiano che, all’interno di un’istituzione europea, Juncker non possa certo adoperare l’inglese. Infatti, a seguito del Brexit, la lingua del Regno Unito si appresta a diventare letteralmente “extracomunitaria”.

I grandi Stati membri hanno in mano il futuro dell’Unione europea

Europäische Union (Immagine realizzata e concessa da Po)
Europäische Union (Immagine realizzata e concessa da Po)

Allora perché non utilizzare il francese, notoriamente più internazionale e di ampio raggio del tedesco, oltre che essere la lingua parlata nelle tre città in cui hanno sede le istituzioni europee?
Rispondere, di primo acchito, che il tedesco resta la lingua con il maggior numero di parlanti nativi del continente europeo, potrebbe forse risultare naif.
Viene allora da riflettere. E l’unica risposta plausibile è che la scelta di Juncker è simbolica.

Un simbolo di natura economica, politica e forse anche sociale. Un simbolo che conferma la già nota egemonia tedesca sui Paesi membri dell’UE.

Un simbolo che si concretizza anche nella conferenza stampa conclusiva del vertice europeo tenuta da Merkel ed Hollande congiuntamente, con l’Italia in disparte che guarda stizzita.

Nel suo monologo Juncker ha rassicurato che, nonostante la decisione britannica di recedere, “l’esistenza dell’Unione Europea non è a rischio”.

In uno scenario del genere è sicuramente auspicabile che l’UE non ne esca più vulnerabile, considerato che i nazionalismi si rinvigoriscono quotidianamente in molti paesi europei, come quelli dell’Est Europa, ma anche nel Regno Unito del ministro dell’immigrazione Goodwill.

Dopo Bratislava però, e con i paesi membri divisi in tre aree (“Mediterraneo”, “Mitteleuropa” e “Visegrád”), viene molto da pensare.

Luigi Coccimiglio

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