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Madre non fa vedere il figlio all’ex: è danno da alienazione parentale

Se l’interruzione della frequentazione tra padre e figlio è imputabile al comportamento della madre che ostacola gli incontri del minore con l’ex marito, vi è violazione del diritto alla genitorialità e danno da alienazione che va risarcito.                                                                                                                                 Questo è quanto confermato dalla I sezione civile del Tribunale di Roma con la sentenza n. 18475/2015 con cui il giudice ha trattato la delicatissima questione nota come “sindrome da alienazione parentale o genitoriale”.  Tale sindrome, come specificato dal giudice, si sostanzia nell’attegiamento tipico di “un genitore, l’alienatore, che attiva una sorta di programmatico allontanamento dei figli da e contro l’altro genitore, l’alienato, talvolta con il pieno coinvolgimento dei figli stessi, manovrati o comunque influenzati allo scopo”. La pronuncia è destinata ad avere un peso importante nelle questioni giuridiche attinenti ai rapporti genitori e figli.

La condotta del genitore “alienatore”

heartsickness-428103La causa, che ha originato la sentenza in esame, è stata promossa dal padre nei confronti della ex moglie. L’attore ha agito in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni da lui patiti a seguito dell’atteggiamento della ex moglie che aveva portato all’interruzione dei rapporti con la figlia minore.

Già nell’ambito del giudizio di separazione, la Consulenza Tecnica aveva evidenziato nella madre una personalità oppositiva, sottolineando che, pur non potendosi ritenere la donna affetta da patologie psichiche, essa mostrava caratteristiche che supportavano la diagnosi della sindrome da alienazione parentale. In un’altra relazione anche i Servizi Sociali avevano comunicato la difficoltà ad entrare in relazione con la minore ed il comportamento non collaborativo, anzi, ostativo della madre la quale da tempo non condivideva le scelte scolastiche e di vita del marito relative alla minore. Era difficile rintracciarla telefonicamente e non vi era nessuna collaborazione da parte sua a sostenere il percorso di recupero dei rapporti padre-figlia. I Servizi Sociali ritenevano, anzi, che questo atteggiamento avesse reso inoperante anche il loro lavoro e portato all’allontanamento definitivo del padre dalla vita della figlia inducendola a rifiutare ogni rapporto con lui. Inoltre, da altre testimonianze e dichiarazioni rese dalla stessa minore, per il Giudice risultava non credibile che la figlia potesse avere paura di incontrare il padre come invece sostenuto dalla convenuta e che, piuttosto, il suo atteggiamento fosse conseguenza di un’opera denigratoria continua della madre estesa all’intera famiglia.

Il Punto di diritto nella sentenza n. 18475/2015

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Alla luce delle risultanze processuali la violazione, secondo il Giudice, si sostanzia in questi casi in una condotta illecita di un coniuge nei confronti dell’altro, produttiva di alienazione parentale, dissimulata come espressione di volontà del minore. Volontà che, in quanto condizionata e non libera, è in realtà estorta. Tale condotta è dunque causa di un danno al coniuge alienato che va risarcito. Con la sentenza 18475/2015 il tribunale ha definitivamente condannato la convenuta al risarcimento dei danni nei confronti dell’ex marito che, nel caso di specie, è stato quantificato in 20.000 euro.

Rosy Abruzzo

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