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Madri lavoratrici sull’orlo di una crisi di nervi: lo scambio “epistolare” fra Silvia P. e Beppe Severgnini

Non è possibile dover lavorare come matte per guadagnarsi la minima credibilità professionale e allo stesso tempo fare i salti mortali per tenere la gestione di una famiglia.”

Sta facendo discutere, negli ultimi giorni, la lettera della mamma avvocato pubblicata il 22 settembre sul Corriere della Sera nella rubrica la ventisettesima ora.

In uno sfogo diretto ed amaro, rivolgendosi a Beppe Severgnini, una giovane professionista ha espresso con nuda verità la difficile condizione di donna e madre di famiglia nell’Italia di oggi.

Il tentativo di conciliare ogni attività, il desiderio di essere una buona madre, moglie, figlia, professionista in carriera, per raggiungere un’ideale di donna “completa”, capace di tutto e di più. Ideale eteroimposto ma anche autoindotto, in una spirale di perfezionismo su tutti i fronti umanamente impossibile da mantenere nel lungo periodo.

La collega , ribattezzata Silvia P. da Beppe Severgnini per tutelarne l’anonimato, esprime a voce alta una condizione condivisa, sentita e sofferta, in un appello accorato al giornalista milanese, cui si chiede un conforto che probabilmente non sarà sufficiente a lenire i sensi di colpa da cui si sente schiacciata.

Perchè la parola che ricorre più volte, nel corpo della lettera, è fallimento, e questa è una sentenza autoinflitta molto difficile da gestire e perdonare.

Beppe Severgnini sulle madri che lasciano il lavoro

Nella risposta pubblicata sulla stessa rubrica col titolo “Colpa di noi maschi se troppe madri lasciano il lavoro” (“Colpa di noi maschi se troppe madri lasciano il lavoro“) , Beppe Severgnini si schiera apertamente dalla parte della lettrice, sottolineando con forza il ruolo – mancato – della controparte maschile nella vita familiare, in una sorta di mea culpa a nome del cosiddetto “sesso forte”, sempre accusato di menefreghismo nella migliore delle ipotesi, e di assenteismo nella peggiore.

Queste le sue parole: “Perché il problema esiste; parlarne serve a esorcizzarlo, non a risolverlo. La società italiana è ancora dominata dai noi maschi, e le regole le facciamo noi. Regole vuol dire orari, ferie, permessi, promozioni, carriere. Vuol dire sguardi: quelli di chi ti fa capire che andar via presto o arrivare tardi, sai com’è, non va bene.

Questione che la stessa Silvia ha posto chiaramente in evidenza, esprimendo come non esista “conforto neppure negli incontri quotidiani con uomini per bene, evoluti e sensibili, i quali (chissà perché) dimostrano sempre una impercettibile sfumatura di diversità nel trattare con una donna o con un uomo”.

Madri lavoratrici: da Silvia P. a tutte le madri possibili

Peraltro la posizione dalla mamma avvocato, che purtroppo è un ago in un pagliaio, rappresenta per altrettante colleghe una utopia di mera felicità.

Nella lettera si fa riferimento ad un compagno di vita, un marito che “ti chiede cosa hai fatto dalle 18 in poi”, che sì, è presente come molti partner, tuttavia “il loro apporto è sempre marginale ed il carico fisico ed emotivo è nostro”. Viene anche citata, seppur come “criticona”, una suocera. Ma manca una rete sociale solida, qualche amica di ausilio o colleghe di contorno, avendo come unica possibilità trovarsi una babysitter.

Eppure, nonostante i problemi che Silvia P. mette in evidenza nella propria condizione di “giocoliera”, anche altri scenari sono purtroppo ipotizzabili.

Senza nulla togliere alla sua situazione infatti, che come detto esprime verità che dovrebbero – devono – far riflettere tutti, dai suoi colleghi alle istituzioni ed al welfare, accanto a lei, insieme a lei, ci sono le madri single, le madri single disoccupate, le donne separate, le professioniste vedove, le mamme giovanissime senza genitori disponibili ad aiutarle: la casistica è interminabile.

E peraltro, nei casi di famiglie monogenitoriali, le difficoltà che Silvia fa emergere possono riguardare anche i padri single che – seppure in percentuale minore rispetto alla controparte femminile e, ammettiamolo, in una società ancora man oriented – se sono soli devono comunque destreggiarsi fra lavoro e figli a carico.

Nella lettera la giovane avvocato afferma, ormai disillusa, di non vedere una soluzione.

Ma una soluzione va trovata, insieme.

Non sarebbe quindi forse utile a tutti, alle donne distrutte dalla fatica e agli uomini padri, compagni, mariti inconsapevoli e/o disinteressati, far sentire la propria voce, manifestare il senso di estrema difficoltà nella gestione di tutti gli impegni del quotidiano nell’avere una famiglia?

Far capire che occorre trovare, a livello generale nelle istituzioni, e a livello particolare nella propria rete sociale e nel personale contesto lavorativo, una soluzione per conciliare lavoro e genitorialità?

E’ esattamente quello che ha Fatto Silvia P.: sta a noi tutti ora, uomini e donne, non necessariamente genitori, né inevitabilmente lavoratori incalliti, far sì che venga ascoltata, e sia d’esempio per milioni di altre voci.

Chiara Pezza

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