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Mafia, depositate le motivazioni della sentenza Mori: esclusa la prova di un movente specifico

      Palermo, 15 novembre – “Deve escludersi che sia stata fornita  la prova di uno specifico movente della condotta, che possa attribuire agli elementi esaminati, concernenti l’elemento psicologico del reato, il carattere di univocità agli stessi mancante”. Lo scrivono i giudici che hanno assolto il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu nella sentenza d’assoluzione depositata oggi. “Alla luce delle  superiori considerazioni, ritiene in definitiva il Collegio che non risulti dimostrata la sussistenza in capo agli imputati dell’elemento  soggettivo della contestata condotta di favoreggiamento; dunque, si  impone la conferma della sentenza impugnata”, scrivono i giudici della Corte d’appello.

Le acquisizioni probatorie concernenti l’episodio di Terme Vigliatore “non sono idonee a dimostrare con le necessarie certezze il coinvolgimento in esso di Mori né che quanto accaduto fosse diretto a consentire al capomafia latitante Benedetto Santapaola di sottrarsi alla cattura”. Lo scrivono i giudici della Corte d’appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza di assoluzione emessa lo scorso 19 maggio per il generale Mario Mori e Mauro Obinu accusati di favoreggiamento per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Tra gli episodi contestati dall’accusa ai due imputati c’è un episodio avvenuto il 6 aprile del 1993, quando alcuni carabinieri del Ros – tra cui Sergio De Caprio, il capitano Ultimo – inseguirono Fortunato Imbesi, all’epoca ventenne, scambiandolo per il boss latitante Pietro Aglieri. I militari esplosero diversi colpi di pistola e fecero pure irruzione in casa del padre di Fortunato, Mario Salvatore. La sparatoria sarebbe stata finalizzata – secondo la tesi dell’accusa – a mettere in allerta il boss Santapaola, che in quegli stessi luoghi era latitante.

Santapaola, come è emerso successivamente, sarebbe rimasto nascosto a Terme Vigliatore fino al 29 aprile 1993, e fu arrestato dallo Sco a Catania una quindicina di giorni dopo. Fortunato Imbesi, durante il processo, aveva ricostruito in aula i momenti convulsi dell’inseguimento: “Erano almeno cinque auto tutte civili e giunsero a gran velocità. Dall’abitacolo – aveva detto – si scorgevano armi da fuoco. E nessuno mostrò mai distintivi o si qualificò. Io pensavo che fossero criminali e scappai, cercando di raggiungere la stazione dei carabinieri. Furono diversi i colpi di arma da fuoco, almeno due o tre raggiunsero la mia auto”. Adesso le motivazioni dei giudici che spiegano perché non ci sarebbe stata la volontà di aiutare il boss Santapaola.

(Ter/AdnKronos)

 

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