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Maltrattamenti ai lavoratori: imprenditrice “licenziata”

Non si arresta l’opera della giurisprudenza finalizzata a rafforzare la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori. Ma questa volta il tribunale di Milano adotta una decisione per molti aspetti significativa, arrivando addirittura alla revoca del ruolo di presidente per l’imprenditrice Maria Cristina Gilardoni, a capo dell’omonima impresa. La motivazione? I maltrattamenti con cui avrebbe vessato i propri dipendenti.

In un film del 1978 ,dal titolo  “Le braghe del padrone”, il protagonista Vittorio Pieroni- interpretato dal noto attore Enrico Montesano- subito dopo la sua assunzione in una grande impresa, era costretto a compiere le mansioni più varie per soddisfare i capricci dei dirigenti, compreso il dover percorrere scale e scale per portare un cappuccino o un cornetto, poi puntualmente rifiutati. Ebbene, sembra che oggi scene di quel tipo possano portare a conseguenze anche gravi, fino a poter perdere la direzione di un’impresa.

Il caso della “Gilardoni Raggi X”

E’ proprio quanto accaduto all’imprenditrice Maria Cristina Gilardoni, la 83nne presidente della “Gilardoni Raggi x”, tra le più importanti realtà imprenditoriali e leader nel settore delle apparecchiature a raggi x. Il giudice Elena Riva Grugnola, a capo  della sezione civile del Tribunale di Milano specializzata in materia di impresa, ha infatti disposto la revoca del suo incarico (nonchè dell’intero consiglio di amministrazione) all’interno dell’azienda con sede a Mandello del Lario (LC). Alla base di tale drastica decisione si pone la valutazione negativa delle condotte aggressive che la Gilardoni avrebbe in maniera continuativa perpetrato a danno dei suoi dipendenti.

Nello specifico, e come testimoniato anche dai lavoratori medesimi, si sarebbe trattato di continui insulti, denigrazioni ed altre forme di vessazioni talmente gravi da culminare nell’adozione ingiustificata di procedure di licenziamento o addirittura alle stesse dimissioni,  solo apparentemente “volontarie”. Questi comportamenti hanno contribuito ad originare un livello di disagio organizzativo e di inadeguatezza gestionale che ha finito col ripercuotersi sulla salute dell’azienda stessa, che ha visto ridursi repentinamente e in misura notevole il numero dei suoi lavoratori, e quindi una dispersione dello stesso “capitale umano”, con il rischio di una vera e propria dispersione del cd. “valore d’impresa”.

I precedenti

La sentenza del Tribunale di Milano assume un rilievo particolare, in quanto incide significativamente nella dinamica del rapporto datore di lavoro-dipendente. Si sancisce infatti il principio secondo cui la lesione grave dei diritti fondamentali dei lavoratori non potrà legittimare soltanto forme di ristoro di carattere patrimoniale, ma anche ripercuotersi sulla struttura organizzativa di un’impresa, anche se privata, analogamente a quanto accade per la responsabilità dirigenziale nel settore pubblico.

E’ importante ricordare come ,proprio per il caso della Gilardoni, la gravità delle condotte sia stata confermata da una serie di conseguenze psico-fisiche. Le vessazioni riscontrate cioè non avrebbero semplicemente portato l’azienda a non essere più in grado di operare adeguatamente sul mercato, ma avrebbero provocato altresì su tutte uno stato di diffusa e profonda depressione a danno dei dipendenti “perseguitati”. Tale aspetto potrebbe non chiudere definitivamente la vicenda, dato che potrebbe ipotizzarsi in astratto la ricorrenza del reato di lesioni gravi, e quindi, anche una responsabilità penale.

Non è la prima volta che la magistratura arriva ad una sorta di “esproprio” di società a causa delle condotte dirigenziali lesive di beni giuridici primari. Tra i precedenti più noti può ricordarsi il “caso Ilva“: la società viene prima commissariata dal Governo nel 2013, per poi essere sottoposta due anni dopo ad amministrazione straordinaria, nell’ambito di un iter che dovrebbe concludersi con l’ultimazione della procedura di cessione degli asset ad una cordata imprenditoriale. L’estromissione della famiglia Riva (originaria proprietaria) sarebbe stata originata dal continuo mancato rispetto di  prescrizioni previste dall’ AIA (Autorizzazione integrata ambientale), e quindi da violazioni lesive di diritti che vanno dall’integrità psicofisica alla salubrità ambientale.

Antonio Cimminiello

 

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