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Mandato di arresto europeo: nessuna consegna…se rischi una cella indegna!

Fondamento del mandato di arresto europeo

Il mandato di arresto europeo (MAE) è una decisione giudiziaria emessa da uno Stato membro dell’Unione europea (cd. “di emissione”) in vista della consegna da parte di altro Stato membro (“di esecuzione”) di una persona, al fine dell’esercizio di azioni giudiziarie o dell’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza restrittive della libertà personale.

L’obiettivo è attuare un‘azione comune in materia di cooperazione giudiziaria penale; trovando fondamento nel principio del riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie, infatti, il MAE disposto dai giudici di uno Stato è valido nell’intero territorio dell’Ue.

L’Italia, per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI relativa al mandato di arresto europeo, ha promulgato la legge n. 69/2005.

Diritti fondamentali dell’arrestato

Il mandato di arresto costituisce, dunque, efficace strumento di collaborazione sovranazionale nel perseguimento dei reati. Inoltre, sebbene si attui con procedura semplificata rispetto al meccanismo dell’estradizione, il sistema MAE non trascura il nucleo di garanzie costruito attorno alla persona arrestata, inclusi “i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” (art. 2, co. 1° lett. a) L. n. 69/2005).

A tal proposito, la Grande Sezione della Corte di Giustizia dell’Unione europea si è concentrata sulla possibilità di introdurre un nuovo motivo di non esecuzione del MAE, laddove si ravvisino “gravi indizi” di compressione dei diritti fondamentali spettanti all’interessato.

Con la sentenza del 5 aprile 2016, infatti, la CGUE adita con rinvio pregiudiziale, ha sottolineato che un deficit sistemico dell’apparato penitenziario dello Stato membro emittente può temporaneamente paralizzare (e rinviare) l’esecuzione del mandato, laddove sussista il “rischio concreto” che il detenuto venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, stante il divieto posto dall’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dall’art. 3 CEDU.

Tuttavia, è previsto un iter procedurale che permette allo Stato membro emittente di ottenere la consegna del soggetto, purchè “entro un tempo ragionevole” abbia neutralizzato la soglia d’allarme, ponendo rimedio al persistente malfunzionamento del sistema detentivo e al sovraffollamento della popolazione carceraria, rimuovendo le atroci condizioni sanitarie e igieniche degli stabilimenti penitenziari e garantendo al detenuto uno spazio individuale intramurario adeguato agli standard europei.

Dialogo tra CGUE e Cassazione

In conclusione, in conformità all’interpretazione fornita dalla Grande Sezione della CGUE con la recente pronuncia, la Corte di Cassazione (sez. VI, sentenza n. 23277/2016) ha tracciato i confini dell’indagine “mirata” che il giudice nazionale dello Stato membro di esecuzione deve compiere in relazione al personale e concreto percorso carcerario del soggetto richiesto in consegna.

Infatti, laddove dalle informazioni individualizzate ricevute emergano elementi oggettivi, attendibili, precisi e aggiornati di “un serio pericolo che la persona ricercata venga sottoposta alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti” , l’autorità giudiziaria è tenuta a rifiutare – “allo stato degli atti” – la consegna ai sensi dell’art. 18, co. 1°, lett. h) L. n. 69/2005.

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