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Mantenimento: anche se la separazione è davanti al Sindaco, il coniuge più debole ha diritto all’assegno

Con la nuova procedura di separazione consensuale dei coniugi innanzi all’ufficiale di stato civile, è possibile prevedere il diritto del coniuge economicamente più debole ad un assegno periodico di mantenimento?

Con la sentenza n. 4478 del 26 ottobre 2016, il Consiglio di Stato ha detto sì.

Separazione, la nuova procedura innanzi all’ufficiale di stato civile

Il D.L. n. 132 del 12 settembre 2014 (recante «Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile») ha introdotto, all’art. 12, una nuova procedura di separazione personale tra i coniugi e di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio avanti al sindaco, quale ufficiale dello stato civile.

Secondo la disciplina della separazione consensuale innanzi all’ufficiale dello stato civile, quest’ultimo riceve da ciascuna delle parti personalmente, con l’assistenza facoltativa di un avvocato, la dichiarazione che esse vogliono separarsi secondo condizioni tra di esse concordate.

Si tratta di una procedura di separazione dei coniugi semplificata al di fuori della tutela giurisdizionale, che si svolge in via interamente autogestita con un iter molto snello e veloce in cui è prevista la comparizione delle parti innanzi all’ufficiale civile per due incontri.

Ci sono tuttavia dei limiti per accedere a tale procedura semplificata di separazione dei coniugi. In primo luogo, si tratta, per legge, di una procedura esperibile solo nel caso in cui non vi siano figli minori, maggiorenni incapaci, portatori di handicap grave o economicamente non autosufficienti. Inoltre, vi è un’apposita circolare del Ministero dell’Interno alla stregua della quale «l’accordo non può contenere patti di trasferimento patrimoniale».

Mantenimento e separazione davanti all’ufficiale di stato civile

L’accordo di separazione, quindi, non può contenere patti di trasferimento patrimoniale.

Il problema che si è posto e su cui si è pronunciato il Consiglio di Stato è il seguente: nella nozione di “patti di trasferimento patrimoniale” sono ricompresi anche gli accordi relativi alla corresponsione a favore del coniuge economicamente più debole di un assegno periodico di mantenimento?

In base a una circolare del Ministero dell’Interno del 24 aprile 2015, recante necessari chiarimenti interpretativi su tale procedura, tale divieto non riguarderebbe né l’assegno di mantenimento né l’assegno divorzile, qualora gli stessi abbiano carattere mensile o comunque periodico, vietando al contrario le forme di corresponsione in un’unica soluzione di tali assegni con forme di liquidazione una tantum che si tradurrebbero in  fattispecie di attribuzioni patrimoniali in quanto tali vietate dalla norma.

Tale interpretazione restrittiva del divieto, volta a favorire la possibilità di prevedere assegni periodici di mantenimento anche nei casi di separazione disposta dall’ufficiale di stato civile, è stata contestata innanzi al TAR Lazio, che in accoglimento del ricorso ha annullato la circolare ministeriale ripristinando la portata estensiva del divieto. In base alla sentenza del Tar n. 7813 del 2016, dunque, il divieto riguarderebbe tutti gli accordi aventi contenuto economico stipulati dai coniugi, non solo quelli ad effetti reali, implicanti un immediato effetto traslativo dei beni, ma anche quelli ad effetto obbligatorio, comportanti l’obbligo di corrispondere periodicamente una somma di danaro da un coniuge all’altro.

La questione è infine arrivata al Consiglio di Stato che, con la sentenza n. 4478 del 26 ottobre 2016, annullando la decisione del TAR Lazio ha affermato che il divieto non riguarda gli assegni periodici di mantenimento dunque ammissibili anche nella procedura di separazione in Comune.

Per il giudice supremo amministrativo il divieto riguarderebbe solo gli accordi traslativi con effetti reali con i quali i coniugi decidono, mediante l’assegno una tantum, di regolare l’assetto dei propri rapporti economici una volta per tutte e di trasferire la proprietà o la titolarità di altri diritti sui beni da uno all’altro mentre non riguarderebbe le forme di corresponsione di denaro periodica.

Fermo restando dunque l’indiscusso divieto di accedere alla procedura semplificata degiurisdizionalizzata nei casi in cui la coppia abbia figli minori o maggiorenni non economicamente sufficienti (con conseguente impossibilità di porsi il problema relativo all’assegno di mantenimento a favore della prole), per il Consiglio di Stato l’assegno mensile di mantenimento a favore del coniuge più debole deve ritenersi ammissibile anche in tale procedura.

Quanto all’assegno una tantum invece lo stesso deve ritenersi inammissibile in tale procedura, in virtù della sua particolare rilevanza socio-economica non compatibile con i ridotti poteri di valutazione di equità in capo all’ufficiale di stato civile.

Limitare invece la possibilità di prevedere l’assegno di mantenimento si risolverebbe in un’eccessiva compressione del campo di operatività del nuovo strumento di gestione della crisi matrimoniale avente la duplice finalità di garantire il miglior funzionamento della giustizia troppo intasata di tali procedure e al contempo di garantire ai coniugi di risolvere la situazione transitoria in maniera più rapida ed economica e senza il necessario ausilio degli avvocati.

Martina Scarabotta

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