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Marito fedifrago ma troppo “social”, scatta l’addebito o il risarcimento dei danni?

I giudici di merito hanno condannato al risarcimento dei danni il coniuge adulterino che non ha remore nel rendere pubblica agli occhi di Facebook la sua nuova relazione.

In una recentissima pronuncia del Tribunale di Torre Annunziata, la n. 2643 del 2016, pubblicata il 24.10.2016 il giudice ha sviscerato ogni aspetto legato alla separazione dei coniugi, per poi focalizzarsi sull’eventualità della condanna al risarcimento del danno.

In primo luogo ha analizzato i presupposti dell’addebito della separazione, dichiarando che ai fini della pronunzia dello stesso non può ritenersi di per sé sufficiente l’accertamento della sussistenza di condotte contrarie ai doveri nascenti dal matrimonio.

In altri termini, al fine di addebitare ad uno dei coniugi la responsabilità della separazione occorre accertare la sussistenza di un nesso di causalità tra i comportamenti costituenti violazione dei doveri coniugali accertati a carico di uno o entrambi i coniugi e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza. Occorre, dunque, che il materiale probatorio acquisito consenta di verificare se la violazione accertata a carico di un coniuge sia stata la causa unica o prevalente della separazione, ovvero se preesistesse una diversa situazione di intollerabilità della convivenza. Va effettuata, pertanto, un’ accurata valutazione del fatto se ed in quale misura la violazione di uno specifico dovere abbia inciso, con efficacia disgregante, sulla vita familiare, tenuto conto delle modalità e frequenza dei fatti, del tipo di ambiente in cui sono accaduti e della sensibilità morale dei soggetti interessati.

A tal proposito è ormai pacifico in giurisprudenza che “in tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza; pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito” (cfr. Cass. civ., 28-9-2001, n. 12130, Cass. civ., sez. I, 11-6-2005 n. 12383 e Cass. civ., sez. I., 16-11-2005, n. 23071; in termini Cass. civ., sez. 1, 27-6-2006, n. 14840). Va precisato, poi che l’apprezzamento circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di una motivazione congrua e logica” (Cass. civ., 18074/2014).

 In secondo luogo, il giudice ha condannato la ricorrente al risarcimento dei danni non patrimoniali arrecati al marito, anche se era stata proposta unicamente domanda di risarcimento ex art. 709 ter c.p.c.

Innanzitutto il Tribunale osserva  che la domanda, proposta ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c., va riqualificata quale richiesta di risarcimento danni proposta ai sensi dell’art. 2043 c.c., atteso il potere/dovere di qualificazione della domanda da parte del giudice, ex art. 99 c.p.c., configurando tale illecito i fatti allegati a fondamento della richiesta, ovvero l’offesa alla dignità ed  onore derivante dalla infedeltà del coniuge e dalle affermazioni lesive della sua dignità e reputazione.

 Viene in tale contesto evidenziato che il risarcimento dei danni per condotte illecite relative alla violazione dei doveri sorgenti dal matrimonio, sia riconoscibile, non potendo le sole conseguenze della separazione e del divorzio e degli ulteriori effetti scaturenti dalle relative discipline, racchiudere tutte le conseguenze derivanti da tali comportamenti. In particolare si evidenzia che il rispetto della dignità e della personalità, nella sua interezza, di ogni componente del nucleo familiare assume il connotato di un diritto inviolabile, la cui lesione da parte di altro componente della famiglia costituisce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo da un lato ritenersi che diritti definiti inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i titolari si pongano o meno all’interno di un contesto familiare, dovendosi invece predicare una strutturale compatibilità degli istituti del diritto di famiglia con la tutela generale dei diritti costituzionalmente garantiti, con la conseguente, rilevanza di un dato comportamento sia ai fini della separazione o della cessazione del vincolo coniugale e delle pertinenti statuizioni di natura patrimoniale, sia (sempre che ricorrano le sopra dette caratteristiche di gravità) quale fatto generatore di responsabilità aquiliana (in tal senso Cass. civ., 9801/2005).

Lasciando da parte i presupposti e le conseguenze dell’addebito della separazione, in merito alla responsabilità per danni non patrimoniali – sulla base dei principi già sopra esposti – perché possa sussistere una responsabilità risarcitoria, accertata la violazione del dovere di fedeltà, al di fuori dell’ipotesi di reato dovrà accertarsi anche la lesione, in conseguenza di detta violazione, di un diritto costituzionalmente protetto. Sarà inoltre necessaria la prova del nesso di causalità fra detta violazione ed il danno, che per essere a detto fine rilevante non può consistere nella sola sofferenza psichica causata dall’infedeltà e dalla percezione dell’offesa che ne deriva – obbiettivamente insita nella violazione dell’obbligo di fedeltà – di per sè non risarcibile costituendo pregiudizio derivante da violazione di legge ordinaria, ma deve concretizzarsi nella compromissione di un interesse costituzionalmente protetto. Evenienza che può verificarsi in casi e contesti del tutto particolari, ove si dimostri che l’infedeltà, per le sue modalità e in relazione alla specificità della fattispecie, abbia dato luogo a lesione della salute del coniuge.

Ebbene, in particolare, ove l’infedeltà per le sue modalità abbia trasmodato in comportamenti che, oltrepassando i limiti dell’offesa di per sè insita nella violazione dell’obbligo in questione, si siano concretizzati in atti specificamente lesivi della dignità della persona, costituente bene costituzionalmente protetto, come nel caso in esame, ove il coniuge si mostrava in pubblico in compagnia del suo amante, che incontrava anche sotto casa per poi salire sulla sua auto, che presentava come suo fidanzato. La stessa aveva affermato a terzi di essere divorziata, sul proprio profilo Facebook si attribuiva lo stato di “separata” prima dell’instaurazione del procedimento  in esame.

Il Tribunale non ha dubitato che il comportamento descritto abbia gravemente offeso la dignità e la reputazione del resistente, e non costituisca inoltre mera violazione del dovere di fedeltà tutelato e sanzionato dall’addebito. La connotazione pubblica della relazione adulterina, la dichiarazione pubblica della esistenza di un rapporto di fidanzamento tra la ricorrente ed altro uomo e la gravità delle offese rivoltegli, sono sufficienti per ritenere lesa la dignità e la reputazione dell’ex coniuge che dovrà, pertanto essere risarcito.

Virginia Dentici

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