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Il ministro Orlando: avvocatura protagonista, ma sappia essere unita

C’era grande attesa stamattina al Palacongressi per l’arrivo del Ministro Andrea Orlando, un’attesa non riconducibile al semplice garbo istituzionale. La ragione è probabilmente un’altra: con la svolta che ieri ha voluto imprimere al proprio organismo di rappresentanza, l’avvocatura intende recuperare centralità nel dibattito politico in materia di giustizia. Ed è proprio con una domanda sul varo del nuovo Ocf (Organismo congressuale Forense), di fatti, che il giornalista del Sole24ore Giovanni Negri dà avvio alla lunga intervista al Guardasigilli. Il ministro non si espone subito, però. «Non sta a me dare una valutazione su ciò che ha autonomamente deciso l’avvocatura». Certamente – aggiunge – è auspicabile che il nuovo organismo aiuti il mondo forense ad essere più coeso, perché «la forza dell’avvocatura è la forza della democrazia», specie in una «temperie culturale in cui si guarda con insofferenza alle garanzie e al tema dei diritti». Quanto poi all’idoneità del nuovo strumento a compattare l’avvocatura, il ministro attende l’Onf alla prova dei fatti. «Quello che, stando alla mia esperienza, per adesso posso dire è che sui principali dossier – ahimè – non ho mai trovato una posizione unitaria dell’avvocatura che mettesse insieme la rappresentanza politica con la rappresentanza istituzionale». Adesso ci troviamo di fronte ad una realtà con cui si auspica possa essere più facile dialogare e confrontarsi. Ma attenzione a non dare nulla per scontato. Il ministro avverte che «il dialogo ci sarà, ma ascoltare non significa dover fare sempre quello che dice l’interlocutore». Il recupero di credito che l’azione degli organismi forensi ha saputo guadagnarsi – dice Orlando – ha impedito il prevalere di un’idea smaccatamente mercatistica della professione, per cui gli unici problemi da risolvere sarebbero stati quelli della libera concorrenza nel mercato. Accettando la sfida della modernità, l’avvocatura deve essere «un soggetto che fa a pieno titolo della governance del funzionamento della giustizia». Per raggiungere questo risultato, il Ministro annuncia il suo impegno per consentire un coinvolgimento diretto degli avvocati all’interno dei consigli giudiziari. Si tratta di un passaggio necessario, spiega, se non si vuole avere una rappresentazione parziale e unilaterale del fenomeno giudiziario, tutta sbilanciata sul punto di vista dei magistrati. «Non si può avere una fotografia fedele di un sistema, se questa fotografia è un selfie». Un’altra battaglia a favore del ceto forense che rivendica è quella dell’introduzione dell’equo compenso per gli avvocati e promette di portare al più presto il risultato a casa.

Dopo queste aperture, però, arriva un micidiale affondo da parte del ministro, il quale rinfaccia all’avvocatura un confronto a volte sleale che ne mina l’autorevolezza. «O si sceglie la via del dialogo o si opta per la via dei ricorsi. Se quando il risultato ottenuto non piace si giurisdizionalizza il confronto, l’agenda delle riforme inevitabilmente rallenta e poi non ci si può lamentare se non si ottengono i risultati». Il riferimento è al decreto sulle specializzazioni, naufragato dopo l’impugnazione da parte di alcune associazioni. È un rimprovero molto duro, che si spinge fino a coinvolgere il merito delle decisioni dei Tar. Non si può rimettere tutto «alla lotteria della giustizia amministrativa italiana», rincara. Parole dure, che certamente sorprendono se pronunciate da chi guida il dicastero della giustizia. E, per la verità, sorprende anche il brusio di divertita approvazione che si è sollevato dalla platea.

Anche sul tema della parità di genere il ministro bacchetta l’avvocatura. Anche nelle istituzioni forensi, rileva, le donne sono sottorappresentate. Si tratta di un tema cruciale, da affrontare il prima possibile per poter mettere in agenda alcuni temi rispetto ai quali lo sguardo femminile diventa fondamentale.

Quando invece viene affrontato il tema dell’esposizione mediatica dei magistrati e dell’uso strumentale del processo penale nella comunicazione pubblica, il ministro ritrova sintonia e complicità con l’uditorio. Il problema – dice senza giri di parole – è che il «processo penale funziona male e si presta spesso ad usi impropri». Il processo serve ad accertare la commissione di singoli fatti di reato e ad imputarli al loro autore. «Non serve a ricostruire la storia, a selezionare la classe dirigente e non serve a dare patenti di credibilità alle persone». Queste sono funzioni «distorsive rispetto alle finalità costituzionali del processo». Per evitare la tentazione di un utilizzo improprio del processo, aggiunge, andrebbero definiti diversamente i criteri di selezione dei capi degli uffici giudiziari, assegnando prevalenza alle capacità organizzative e gestionali sulle altre capacità. Questa la ricetta di Orlando per allontanare il rischio che la progressione in carriera finisca con l’essere influenzata dal numero di interviste rilasciate o, comunque, da livello di esposizione mediatica del magistrato.

(Amer)

 

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