Shopping Cart

Minoranze linguistiche, gli atti processuali vanno tradotti in sardo

Il sardo non è un dialetto: atti processuali penali nulli se non tradotti dall’italiano, nel pieno rispetto dell’art. 6 della Costituzione (“la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”).

Così si è espressa la Corte di Cassazione, sezione III penale, con la recentissima sentenza n. 45216 del 2016, depositata il 26 ottobre scorso, in materia di invasione di terreni pubblici e violazione degli artt. 110, 81, primo comma, 633, 639 bis cod. pen., 54 e 1161 cod. nav., nonché degli artt. 110 cod. pen., 181, comma 1-bis, lettera a), del d.lgs. n. 42 del 2004.

La lingua sarda è da considerarsi a tutti gli effetti quale idioma distinto dall’italiano in quanto riconducibile ed utilizzata da una minoranza linguistica, quindi la mancata traduzione di atti processuali dall’italiano al sardo, se specificamente richiesta dalla parte, comporta la nullità di tali atti ai sensi e per gli effetti dell’art. 109, commi 2 e 3, cod. proc. pen.

Il caso: la mancata traduzione in sardo del decreto di citazione a giudizio in appello

La Corte si è pronuciata, ex multis, proprio in relazione al profilo della comprensione linguistica del decreto di citazione a giudizio in appello, del quale uno degli imputati aveva espressamente e formalmente richiesto la traduzione “in limba sarda”, richiamando la legge 482 del 15 dicembre 1999, “norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, ed il relativo regolamento attuativo, DPR n. 345 del 2 maggio 2001.

A norma dell’art. 2 di tale legge, infatti, “in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princípi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco- provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”.

Secondo la Corte è da intendersi superata “l’affermazione contenuta nella sentenza Cass. sez. 1, 8 maggio 2012, n. 20530 – richiamata dalla Corte d’appello – secondo cui il sardo non sarebbe una lingua madre ma semplicemente una forma linguistica dialettale non riferibile al concetto giuridico e alla nozione tecnica di lingua utilizzata da minoranze linguistiche”.

Allo stesso modo, poiché “nel definire le minoranze “storiche” il legislatore ha fatto generale riferimento ai parlanti la lingua sarda, senza operare alcuna distinzione fra i vari dai dialetti nei quali tali lingua si suddivide (principalmente e il campidanese e il logudorese, con ulteriori partizioni)”, tale riferimento normativo si riferisce “al sardo nel suo complesso, nelle possibili varianti che lo stesso assume nelle varie province e comuni”.

Il ricorrente, tuttavia, non si è basato solo sulla citata legge 482/1999, in quanto non sarebbe stata sufficiente per motivare la richiesta di traduzione.

L’ulteriore requisito per legittimare la richiesta di traduzione in sardo

Secondo quanto statuito dagli stessi giudici di legittimità con precedente pronuncia (Corte di Cassazione, sezione IV penale, n.51812 del 26 novembre – 12 dicembre 2014) alla richiesta per l’uso della propra lingua nel giudizio occorre allegare una prova formale dell’appartenenza all’ambito territoriale di applicazione delle disposizioni della legge 482/1999.

Nel caso in oggetto, l’imputato ha fornito in appello proprio tale prova, producendo una deliberazione del Consiglio provinciale di Oristano (la n. 9 del 2001), che prevede l’inclusione della sua città di residenza – Terralba – fra i comuni che possono ricorrere alle disposizioni a tutela delle minoranze linguistiche.

Le conseguenze della mancata traduzione in sardo

La questione non è di poco conto sotto il profilo delle risultanze processuali. La mancata traduzione, infatti, nel caso di specie, ha comportato la nullità del decreto di citazione a giudizio in appello, con conseguente annullamento della sentenza d’appello impugnata, nei confronti del singolo imputato ed in merito al profilo analizzato.

Come in relazione a qualsiasi lingua straniera, pertanto, occorre che gli atti processuali e procedimentali siano resi comprensibili alla parte, in modo che la stessa possa correttamente esercitare in ogni grado e stato del giudizio il proprio diritto alla difesa, garantito costituzionalmente all’art. 24, senza risentire di eventuali difficoltà linguistiche che possano compromettere la comprensione delle accuse rivolte.

Chiara Pezza

Ultimi articoli

Agi Sicilia “Una panoramica sulle novità del diritto del lavoro”
Agi Sicilia – Il capitalismo geograficamente mobile
Divorzio congiunto: e se un coniuge revoca il consenso?
Testimoni di Geova e privacy all’attenzione della Corte di giustizia UE

Formazione Professionale per Avvocati
P.Iva: 07003550824

Privacy Policy | Cookie Policy

Partner