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“Morire perché nessuno voleva decidere”, contraddizioni e paradossi dietro il crollo di un ponte

«Morire perché nessuno voleva decidere»: così titolava il quotidiano “Repubblica” la tragica notizia del crollo del ponte di Annone Brianza (Lecco), che ha provocato il decesso di un automobilista, malauguratamente in transito lungo la Superstrada 36 Milano-Lecco sottostante, sepolto dalle macerie e da un tir di passaggio.

Un episodio dalle tinte fosche, come gran parte delle vicende del Bel Paese, che magari avrebbe potuto avere ben altri esiti se, tra l’altro, non si fosse verificato un problema di comprensione fra chi doveva occuparsi della sicurezza del transito stradale e della verifica dello stato de luoghi.

Eh sì perché, dalla prima ricostruzione giornalistica dei fatti, sembra vi sia stato un rimpallo di competenze fra enti locali e società a partecipazione pubblica che ha determinato un vuoto fatale per una vita umana (oltre che il ferimento di altre persone, gravi danni a cose e la chiusura di un tratto fondamentale per la viabilità e i trasporti commerciali).

«Nessuno voleva decidere» tradotto significa che nessuno voleva assumersi la propria responsabilità.

Eppure, la moltiplicazione dei centri decisionali dovrebbe essere una garanzia per l’attuazione degli interessi di una comunità politica. Si specifica e si distribuisce il potere su più livelli sino ad arrivare in prossimità, a tu per tu con il singolo, per poter soddisfare in modo più efficiente i suoi bisogni.

Il confronto dialettico tra governante e governato, espresso anche nell’articolazione su più dimensioni di governo, costituisce un principio fondamentale ereditato dalle moderne democrazie e implementato nel corso della storia delle istituzioni politiche contemporanee, eretto a baluardo contro i rischi degli abusi insiti nell’accentramento unitario del potere in capo ad un’unica autorità.

Tuttavia, la diffusa dislocazione del potere politico in più centri può costituire, come in questi casi, un pericolo non minore proprio perché, in assenza di criteri certi per stabilire l’autorità e risolvere i conflitti fra competenze concorrenti, viene meno anche la capacità d’ individuare la responsabilità e con essa il controllo dell’esercizio del potere da parte dei semplici cittadini, che ne restano prigionieri.

Se aggiungiamo che tutto questo viene agevolato dalla presenza di complesse e farraginose procedure burocratiche che rendono ancora più complicato, impersonale e distante il rapporto tra i membri della comunità politica, alimentando appetiti vieppiù delittuosi, ecco che allora si continuerà a restare esposti a casi come questi, di autorità senza responsabilità.

Dario Pagano

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