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Movida selvaggia, niente tenuità per il gestore del locale

Tenuità del fatto negata al gestore del locale che disturba la quiete dei vicini con musica a tutto volume. (Cass., III sez. pen., sent. 42063/2016 )

Il caso

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del gestore del locale milanese che, ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 659 I comma c.p., aveva invocato il misconoscimento della causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto.

L’uomo era solito animare il proprio locale con musica ad alto volume, ben superiore, addirittura, ai limiti di cui al D.P.C.M. del 14/11/1997.

L’istruttoria dibattimentale aveva evidenziato che la condotta dell’uomo, tutt’altro che occasionale, aveva costretto addirittura taluni degli abitanti della zona a vendere la propria abitazione.

A nulla, infatti, erano servite le lettere di protesta sottoscritte dai numerosi vicini privati ormai da tempo del sonno poiché immersi, loro malgrado, nella selvaggia movida “offerta” dal locale.

Il giudizio sulla tenuità

I giudici, chiariscono che il giudizio sulla tenuità richiede una valutazione complessiva e congiunta di tutte le peculiarità della specie concreta, che tenga conto, ai sensi dell’art. 133, comma 1, cod. pen., delle modalità della condotta, del grado di colpevolezza da esse desumibile e dell’entità del danno o del pericolo (Cass. Sez. Un. n. 13681 del 25/02/2016).

Pertanto, nel caso di una condotta reiterata nel tempo e altamente lesiva della quiete e della tranquillità, in considerazione della significativa gravità dei fatti sotto il profilo della intensità del dolo e della gravità dell’offesa, non può invocarsi il riconoscimento della causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131bis c.p. .

L’uomo viene, pertanto, ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 659, I comma, c.p., fattispecie che, come chiarito dalla Suprema Corte, tutela la quiete dei cittadini, evitando che le occupazioni ed il riposo delle persone siano disturbati da schiamazzi, rumori o altre attività idonee ad interferire nel normale svolgimento della vita privata, con conseguente messa in pericolo del bene della pubblica tranquillità.

Confermata la condanna inflitta dal giudice di merito che ha negato le circostanze attenuanti ed ha applicato una pena molto vicina al massimo edittale, proprio in considerazione della non tenuità del fatto ascritto.

Infatti, la Corte afferma che diffondere musica ad alto volume, mediante installazione di altoparlanti esterni, configura una condotta certamente eccedente le normali attività di esercizio del locale.

Condotta, senza dubbio, altamente lesiva della quiete degli abitanti della zona come dimostrato dalle numerose testimonianze, dai rilevamenti compiuti dai tecnici dell’Arpa, dai numerosi esposti e dall’intollerabilità della situazione creatasi.

Domenica Maria Formica

 

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