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Niente sicurezza sui luoghi di lavoro: legittima l’astensione del lavoratore

La sicurezza sui luoghi di lavoro è una cosa seria.

E la Cassazione non ci pensa due volte a legittimare il rifiuto del lavoratore di eseguire la propria prestazione in caso di violazione da parte del datore di lavoro dell’obbligo di sicurezza e
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art. 2087 c.c., fermo restando il diritto alla retribuzione.

Il fatto

Nella fattispecie, alcuni dipendenti di un noto gru
ppo automobilistico, addetti all’assemblaggio delle portiere delle auto, convenivano il datore di lavoro rappresentando che, dopo l’ennesima caduta di diverse portiere, si erano rifiutati di proseguire il lavoro sino a quando l’azienda non avesse adempiuto agli obblighi in materia di sicurezza.

A seguito dell’intervento della squadra di manutenzione, riprendevano a lavorare ma l’azienda gli aveva addebitato la retribuzione corrispondente al fermo di un’ora e 45 minuti, qualificando il rifiuto della prestazione come sciopero.

I lavoratori agivano per le vie legali, quindi, chiedendo la condanna della società al rimborso dell’indebito trattenuto.

La sentenza n. 836/2016

downloadIl giudice di primo grado rigettava il ricorso, ritenendo che la non gravità dell’inadempimento datoriale escludesse l’applicabilità dell’art. 1460 c.c.

La Corte di Appello, invece, accoglieva il gravame affermando che “dall’applicazione dell’art. 1460 c.c. deriva direttamente una posizione di mora credendi del datore di lavoro che non è quindi liberato dall’obbligazione relativa alla corresponsione della retribuzione relativa all’arco temporale in cui la prestazione lavorativa non ha avuto luogo; una soluzione di diverso segno risulterebbe contraria ai principi dell’ordinamento, dal momento che (…) sul piano della corrispettività delle prestazioni non ne può derivare un danno al soggetto che ha subito l’inadempimento datoriale“.

La Corte di Cassazione conferma la pronuncia di secondo grado e precisa che, ai sensi dell’art. 2087 c.c., “è obbligo del datore di lavoro assicurare condizioni idonee a garantire la sicurezza delle lavorazioni ed adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che (…) sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. La violazione di tale obbligo legittima i lavoratori a non eseguire la prestazione, eccependo in autotutela l’inadempimento altrui. Inoltre, in questi casi, secondo la più recente giurisprudenza di legittimità, il lavoratore conserva il diritto alla retribuzione in quanto non possono derivargli conseguenze sfavorevoli in ragione della condotta inadempiente del datore“.

Le conseguenze della sicurezza precaria

La violazione dell’obbligo di garantire luoghi di lavoro sicuri legittima il lavoratore a non eseguire la prestazione. Al fine di garantire l’effettività della tutela in ambito civile, il lavoratore può ricorrere sia ad azioni volte all’adempimento dell’obbligo di sicurezza, e alla cessazione del comportamento considerato lesivo, sia al potere di autotutela contrattuale costituito dall’eccezione di inadempienza, rifiutando di porre in essere la prestazione in ambiente non sicuro.

E nel caso in esame il giudice di secondo grado aveva correttamente rilevato che “la gravità di tale evento, in correlazione con gli obblighi di sicurezza e di prevenzione gravanti sul datore di lavoro, era desumibile dalla circostanza, riconosciuta dall’azienda medesima, che la caduta di una portiera avrebbe potuto provocare seri danni all’addetto che ne fosse stato investito.. sotto il profilo della proporzionalità della reazione, la sospensione della prestazione si era protratta per il tempo strettamente necessario per consentire l’intervento dei manutentori, dopo di che i lavoratori, rassicurati dall’intervento aziendale, avevano ripreso a lavorare”.

Fabiola Fregola

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