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“Non sei un cazzo di nessuno”, offesa o richiamo al sottoposto?

“Non sei un cazzo di nessuno”, offesa o richiamo al sottoposto?

Può l’uso di espressioni volgari, che nel parlare quotidiano hanno ormai perso la loro connotazione offensiva, denotando soltanto un impoverimento del linguaggio e dell’educazione, acquisire rilevanza penale laddove rivolte ad un sottoposto gerarchico?

La Corte di Cassazione, sez. Penale, ha risposto affermativamente al quesito nella sent. n. 37803/2016 del 12 settembre 2016, con cui ha confermato le precedenti decisioni di merito rese dal Tribunale Militare di Verona e dalla Corte Militare d’Appello che avevano condannato un militare per il reato di ingiuria ad inferiore (art. 196 cod. pen. mil. pace), aggravato dalla circostanza che il fatto era stato commesso rivestendo una posizione di comando (art. 47, n. 2, cod. pen. mil. pace).

Nel caso di specie, il ricorrente aveva rimproverato il sottoposto per cause inerenti al servizio,  insultandolo con espressioni come “Non capisci un cazzo, non sai fare niente, qui non sa lavorare nessuno”, ovvero “Non sei un cazzo di nessuno”.

La tesi della difesa

La difesa, riconducendo la disciplina dei reati contestati a quella reato di ingiuria comune. ha tentato di far valere l’ormai abusata tesi secondo la quale questo tipo di improperi sarebbero  ormai entrati a far parte del lessico corrente e sarebbero quindi privi di una reale valenza offensiva. Inoltre, nella ricostruzione imbastita dalla difesa mancherebbe tanto la volontà dell’imputato di arrecare offesa all’inferiore, quanto la consapevolezza dell’attitudine delle predette frasi a ledere l’altrui onore e prestigio.

La decisione della Cassazione

Di diverso avviso invece la Suprema Corte, che ha rigettato in toto il ricorso dell’imputato. La norma del Codice Militare di Pace che prevede l’ingiuria ad inferiore difatti tutela non solo la dignità, l’onore ed il prestigio del subordinato, ma anche la corretta esplicazione del rapporto di gerarchia (beni entrambi lesi nel caso in esame). Sussiste pertanto l’elemento oggettivo del reato contestato, atteso che “la posizione di supremazia gerarchica dell’autore rispetto alla persona offesa non consente di considerare prive di contenuto lesivo espressioni volgari, pure ormai prive di connotazioni offensive nel linguaggio comune e tra pari, in quanto le stesse riacquistano il loro specifico significato spregiativo se rivolte al sottoposto in violazione delle regole di disciplina e dei principi che devono ispirarle in forza dell’art. 52, comma terzo, Cost.”.

Sussistente anche l’elemento soggettivo del reato, ossia il dolo generico (anche in assenza di uno specifico animus iniurandi), cosa ben diversa dalla responsabilità oggettiva a torto invocata dalla difesa. Questo poiché la posizione di supremazia gerarchica dell’imputato rispetto alla persona offesa impedisce di considerare prive di contenuto lesivo le espressioni di cui si tratta “in ragione del maggiore rispetto della reciproca dignità che deve caratterizzare i rapporti gerarchici”. In breve, pertanto, secondo la Corte la valenza offensiva delle frasi in questione sarebbe direttamente ricollegabile al loro significato.

La Corte di Cassazione, pertanto, ha rigettato il ricorso del militare e confermato la sentenza di condanna della Corte Militare d’Appello.

Davide Baraglia

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