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Orlando al congresso di Md invita i magistrati alla responsabilità. E difende gli avvocati

Bologna, 5 novembre – È stato caratterizzato da grande schiettezza l’intervento di questa mattina del Ministro Andrea Orlando al XXI Congresso di Magistratura Democratica. Un ragionamento articolato, ma senza reticenze. «Smettiamo – dice Orlando – di rimettere tutto sotto il titolo “scontro politica-magistratura” anche cose che attengono al funzionamento ordinario della giustizia: da quanti anni sta un giudice in una sede a quanti cancellieri ci sono in un ufficio. Stiamo parlando di cose che riguardano le difficoltà che vive tutta la pubblica amministrazione non di una specifica conseguenza di un disegno volto ad assediare la magistratura».

Alla magistratura associata il ministro ha rimproverato di essere spesso poco disponibile al confronto per ragioni corporativistiche. Ciononostante, Orlando rivendica di «non aver lascito i dossier nel cassetto», ma di aver messo in moto un processo di risanamento della macchina giudiziaria. «Talvolta con il dissenso dell’Anm, talvolta con un “non dissenso” dell’Anm: perché un dissenso francamente non l’ho mai registrato» aggiunge guadagnandosi anche qualche risata dalla platea.

Anche su temi su cui esiste una condivisione di fondo, prosegue il guardasigilli, fare concessioni o aperture al Governo «mi rendo conto che per la magistratura associata possa essere penalizzante per motivi legati alla costruzione del consenso tra le correnti. Così stando le cose, ho imparato a prendere i vostri silenzi come incoraggiamenti».

«Probabilmente non sono all’altezza delle aspettative, ma i risultati ci sono», assicura poi Orlando. A partire dagli investimenti per reclutare nuovo personale. Ma «che si possano fare riforme a costo zero è solo un espediente retorico e spero che si comprenda anche il fatto che siamo in una fase in cui le ristrettezze finanziarie incidono anche sulla giurisdizione» puntualizza poi in risposta alle affermazioni del presidente di Magistratura democratica Carlo De Chiara. «Noi – prosegue- abbiamo investito sull’informatica, sul personale dopo molti anni, nonostante molte difficoltà, sull’edilizia giudiziaria; nell’arco di tre anni investiremo circa un miliardo e mezzo di euro, soltanto quest’anno 140 milioni. Sono scelte che sono state pesanti perché per farlo abbiamo dovuto tagliare in altri ambiti».

Ma a Bologna Andrea Orlando non si limita ad elencare i risultati raggiunti. Alla magistratura associata chiede un’assunzione di responsabilità e rivolge un invito alle correnti a trasformarsi da luogo della rivendicazione a luogo della riflessione e della proposta. Nel settore penale – aggiunge – « è molto difficile portare avanti un programma riformatore in un periodo caratterizzato da un forte populismo. Quando ci siamo occupati della tenuità del fatto o della depenalizzazione siamo stati sottoposti a campagne che ognuno di voi ha registrato» dice Orlando sfidando la platea. «E consentitemelo: senza grandissimo sostegno da parte della magistratura associata. Io ho scelto di portare avanti comunque questi provvedimenti, nel pieno di campagne a sentire le quali avremmo rimesso in libertà delinquenti pericolosissimi e avremmo messo in discussione la certezza del diritto e della pena».

Orlando sostiene con convinzione che la possibilità di contrastare il questa temperie culturale passa più che attraverso scelte normative, «attraverso battaglie di carattere culturale. Ed in questo senso chi ha una sua autorevolezza, come la magistratura, credo debba spendere qualche energia in più». Allo stato il ministro lamenta che anche le misure di intervento più contenute vengono quasi sempre ridimensionate nei passaggi parlamentari perché «il diritto penale viene troppo spesso utilizzato per la gestione di quell’enorme patrimonio culturale che è la paura». Lamentarsi della frammentarietà degli interventi normativi e chiedere riforme più organiche – spiega – «non fa i conti con un quadro politico caratterizzato dalla forte disomogeneità politica all’interno del parlamento e da un forte populismo che condiziona la politica dall’esterno».cwfom42weaamine-jpg-large

Il ministro sprona dunque la magistratura associata a farsi carico del problema, senza trincerarsi dietro rivendicazioni corporativistiche e la sfida: «Non vi sto chiedendo di abbassare i toni: vi sto chiedendo di alzare l’ambizione – aggiunge – vi chiedo di mettere la politica anche nelle condizioni di inseguirvi nella vostra capacità di proposta». E sulla riforma della giustizia penale lancia un appello a MD «Non bisogna derubricare il ddl sulla giustizia penale al solo aggiustamento del processo. Nel ddl c’è una delega sul sistema penitenziario e credo sia la cosa più di sinistra che si possa sostenere in questa legislatura. Penso sia un obiettivo a portata di mano e vi inviterei a dare una mano a sostenerla».

Altro tema spinoso è quello del rapporto con gli avvocati. Anche su questo fronte il guardasigilli torna a fare appello alla ragionevolezza delle toghe, rilevando che «c’è come una critica antropologica degli avvocati, che invece sono una parte importante della giurisdizione e che credo debba essere riconsiderata». Il problema della giustizia «non è che lo risolviamo con la decimazione degli avvocati. Piuttosto bisogna pensare a un loro coinvolgimento nella conduzione della governance della giurisdizione». La critica è a Davigo che poco prima era tornato a ribadire la necessità di introdurre il numero chiuso all’università di Giurisprudenza: «Se dimezziamo il numero processi sarebbe un passo avanti e otterremo risultato e dimezzeremmo il reddito degli avvocati. Un terzo degli avvocati europei è italiano, questo è un problema di cui discutere» ha dichiarato questa mattina il presidente dell’ANM.

Andrea Merlo

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