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Pagamento dell’IRPEF, tocca anche alle prostitute

Riconoscere o meno la prostituzione? E’ questa la domanda che ormai da tantissimo tempo divide politica, istituzioni ed opinione pubblica, tra esigenza di “legalizzazione” e difesa di ordine pubblico e moralità.

Sul piano giuridico, però, si registra un’interessante equiparazione del “mestiere più antico del mondo” alle tradizionali libere professioni, avvenuto con la sentenza della Cassazione 22413/2016 . La Suprema Corte, in sintesi, ha sancito infatti l’obbligo di pagamento dell’imposta IRPEF anche in caso di esercizio del meretricio.

Il fenomeno prostituzione rappresenta una vera e propria “croce e delizia” della realtà italiana. Se da un lato persistono le resistenze di chi vede violati con il meretricio beni-interessi fondamentali, che vanno dalla moralità e salute fino allo stesso ordine pubblico- senza contare i casi di sfruttamento e violenza contro la propria volontà- dall’altro si deve comunque fare i conti con quello che può definirsi come un mercato fiorente, che ha spinto addirittura ad interrogarsi sulla necessità di un suo controllo legale da parte dello Stato. Proprio questo aspetto sembra essere stato preso in considerazione dalla Corte di Cassazione con la sentenza n° 22413/2016.

Proventi da prostituzione: un reddito da tassare?

Il caso prende le mosse da un accertamento , compiuto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di una donna , esercitante proprio l’attività di prostituzione. Da quest’ultima sarebbero derivati introiti di notevole entità (un appartamento di proprietà ,altri immobili oggetto di locazione, auto di lusso, etc.), per i quali però non era mai stata presentata dichiarazione dei redditi. La donna adduceva a sostegno di tale omissione l’origine di tali guadagni, tale- a suo avviso- da non poterli quindi ritenere tassabili. Le Commissioni Tributarie provinciale e regionale di Firenze confermarono il contrario, ribadendo per l’esattezza la “rilevanza reddituale” dei proventi risultanti sia dai versamenti sui conti correnti fatti in contanti, sia da una parte dei versamenti effettuati in assegni.

La conferma della Cassazione: ricavi della prostituzione quali “reddito da lavoro autonomo”

La Corte di Cassazione viene così chiamata a dirimere la controversia circa la natura giuridica che deve riconoscersi al guadagno da meretricio.

Condividendo quella che era già stata la valutazione compiuta dalle Commissioni Tributarie, la Suprema Corte in primo luogo non assegna rilievo centrale alle caratteristiche proprie dei negozi giuridici attraverso i quali si concretizza l’esercizio della prostituzione. In parole povere, pur venendo in rilievo in questi casi un contratto nullo in quanto contrario al buon costume, esso genera pur sempre un reddito pienamente assimilabile a quello derivante da lavoro autonomo non esercitato in via abituale o dalla assunzione di obblighi di fare o permettere (i cd. “redditi diversi” , tassabili ai sensi delle norme di cui al D.P.R. 917 del 1986). Il reddito da prostituzione quindi in linea di principio è reddito tassabile, poichè non può essere qualificato neanche in termini di ricavo da attività illecita.

La più importante conseguenza di tale riconoscimento consiste nell’estensione, anche per le prostitute, dell’obbligo di pagamento dell’imposta IRPEF; ma non si tratta dell’unico obbligo tributario, almeno in linea di principio. Assume rilevanza infatti anche il carattere saltuario o meno che può rivestire tale attività in concreto. “Il requisito dell’abitualità– precisa infatti la Corte nella sentenza- è rilevante ai diversi fini dell’assoggettamento dei proventi dell’attività di prostituzione anche alle imposte indirette (IVA) a norma dell’art. 5 D.P.R. 633/1972, secondo cui costituisce esercizio di arti o professioni, soggette all’IVA, l’esercizio per professione abituale di qualsiasi attività di lavoro autonomo”.

Le conseguenze: verso un “riconoscimento” della prostituzione?

Prostituzione quale “libera professione? In sostanza, sembra desumersi proprio questo dalla sentenza 22413/2016. Con essa la Cassazione dà comunque conferma di aspetti  già noti, su tutti, l’assenza di ogni crisma di illiceità per l’attività in sè, in linea con analoghe scelte compiute dal Legislatore in settori del diritto di versi da quello tributario (ad esempio, quello penale, dove la prostituzione in quanto tale non è oggetto di incriminazione, se non a date condizioni).

Tra l’altro, il riconoscimento di obblighi tributari per le prostitute non rappresenta nemmeno un qualcosa di nuovo con riferimento al vasto panorama del diritto internazionale. In particolare, già la Corte di Giustizia dell’ Unione Europea era giunta a sancire ciò: “Si deve rilevare che, secondo una giurisprudenza costante, una prestazione di lavoro subordinato o una prestazione di servizi retribuita dev‘essere considerata come attività economica ai sensi dell’art. 2 del Trattato CE  (oggi art. 3 Trattato sull’UE ed art. 119 Trattato sul Funzionamento dell’UE ). Spetta al giudice nazionale accertare in ciascun caso, alla luce degli elementi di prova che gli sono forniti, se sussistono le condizioni che consentono di ritenere che la prostituzione sia svolta come lavoro autonomo” (Corte di Giustizia UE, Sentenza 20 novembre 2001, causa C-268).

La decisione della Cassazione però è destinata ad assumere carattere rivoluzionario nello stesso ordinamento italiano. Il riconoscimento giuridico, seppur parziale, dell’attività di meretricio, pone con maggior forza al Parlamento l’esigenza di una presa di posizione , e quindi se provvedere o meno ad una piena regolamentazione giuridica della prostituzione, registrandosi per ora sul punto un vero e proprio vuoto normativo.

Antonio Cimminiello

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