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Patteggiamento per corruzione: l’imprenditore deve risarcire Comune per danno all’immagine

La Corte di Cassazione si è recentemente espressa in merito a un caso di patteggiamento per corruzione da parte di un imprenditore nei confronti dei funzionari di un noto Comune italiano e il conseguente danno all’immagine arrecato all’ente pubblico.

Secondo la sentenza n.2695 del 2 febbraio 2017, l’imprenditore che patteggia per corruzione è comunque tenuto a risarcire il Comune per il danno all’immagine. Ma entriamo nel dettaglio del caso per comprendere le varie sfaccettature.

Patteggiamento per corruzione, il caso

P.F. propone ricorso contro la sentenza n.1929/2013 della Corte d’Appello di Torino che condanna il ricorrente e altre parti per degli evidenti casi di corruzione che hanno coinvolto dei funzionari di un Comune piemontese. I motivi del ricorso proposto dal P.F. sono quattro.

Il primo motivo riguarda la “violazione art. 360 cpc in relazione agli artt. 444 e 445 cpp, 319 cp; 2730 e 2733 cc (sul valore della confessione)”. Il ricorrente mette in evidenza degli atteggiamenti di cui la Corte non avrebbe tenuto conto che cambierebbero la natura del reato commesso. Ossia, si tratterebbe di concussione e non di corruzione. In quanto come citato nella sentenza “svariati imprenditori effettuavano i pagamenti per essere agevolati nei pagamenti e nella stessa esecuzione delle opere affidate e cioè per far sì che i funzionari svolgessero le attività del loro ufficio.”

Il secondo motivo è sempre inerente il tipo di reato, che per il richiedente è qualificabile come concussione. Ma che differenza c’è tra il reato di concussione e quello di corruzione?

Concussione e corruzione, la differenza

Concussione e corruzione sono entrambi dei reati contro la pubblica amministrazione commessi dai funzionari. La concussione avviene quando il funzionario dell’ente induce un altro soggetto a dare del denaro o altri servizi, sfruttando in questo modo a suo vantaggio il ruolo che ricopre. Mentre per quanto riguarda la corruzione, il privato è d’accordo con il funzionario nel dare denaro o altro in cambio di favori.

Nel caso oggetto di analisi della Suprema Corte, i due motivi sono infondati in quanto con la richiesta di patteggiamento, l’imputato ha riconosciuto di essere responsabile e se ne assume le colpe. P.F., oltretutto, aveva fatto intendere che dare tangenti per ingraziarsi i funzionari comunali era una consuetudine nella sua famiglia (azioni fatte in passato anche dal padre e dal nonno). Ragione che fa intendere che non sussiste un comportamento vessatorio nei confronti del ricorrente ma di accordo con i funzionari nel comportamento corruttivo.

Danno all’immagine

La Corte d’Appello ha condannato P.F. al pagamento di 85.000 euro per il danno all’immagine subito dal Comune. Il terzo motivo di ricorso riguarda proprio questo aspetto, il ricorrente sostiene che non è possibile richiedere un danno all‘immagine da parte di un soggetto che non lavora per l’amministrazione. L’imprenditore lede la sua immagine ma non quella di un Comune di cui sono responsabili i suoi dipendenti. La Suprema Corte ritiene il motivo infondato.

Patteggiamento per corruzione, la posizione del Comune

P.F. nel quarto e ultimo motivo sostiene che il Comune dovrebbe essere considerato parte corresponsabile e denuncia la “violazione dell’art. 360 n. 3 cpc in relazione agli artt. 1227/1 e 2056 cc con riferimento all’art. 41 cp” in quanto il Comune avrebbe dovuto vigilando sul comportamento dei suoi dipendenti, accorgersi degli atteggiamenti illeciti che venivano attuati all’interno dell’ente. Anche questo motivo è infondato in quanto non si può asserire che il Comune fosse a conoscenza delle dinamiche corruttive precedentemente denunciate.

La Suprema Corte rigetta il ricorso e con la sentenza analizzata ribadisce che l’imprenditore che patteggia per corruzione è tenuto a risarcire il Comune per danno all’immagine.

Maria Rita Corda

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