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In permesso con la moglie, non rientra in carcere: lei non è complice

Procurata inosservanza di pena e criterio causale

Si trovava in permesso, per sette giorni, con la proprie moglie ma doveva rientrare in carcere vista la sua condizione di detenuto. Il settimo giorno, l’uomo non faceva ritorno presso la Casa Circondariale di Chieti, presso la quale era ristretto.

La sesta sezione della Corte di Cassazione con sentenza n. 37980/2016, si è pronunciata sulla vicenda. La decisione, ha riguardato il ricorso contro una pronuncia di appello che condannava l’imputato ex art. 385 c.p. (evasione), per non essere rientrato presso la struttura al termine del permesso e dichiarava inoltre, la responsabilità della moglie ex art. 390 c.p. per aver favorito il mancato rientro del marito.

Analisi del reato

Alla luce della giurisprudenza vigente, il reato si configura in quell’attività volontaria del terzo, perseguita con il diretto scopo di eludere l’esecuzione della pena in concorso con quella del detenuto. La compartecipazione allo scopo, ha luogo quando detto ausilio si collochi “in rapporto di causalità con l’intensione del condannato di sottrarsi all’ esecuzione della pena”.

Il reato può assumere le forme più diverse. Ciò che rileva nella condotta tipica è la compartecipazione, l’aiuto prestato al condannato per violare l’esecuzione della pena. Dal punto di vista soggettivo, il reato richiede il dolo generico, essendo sufficiente che la condotta consapevole del reo si colleghi sul piano eziologico con l’interesse del condannato a sottrarsi all’esecuzione della pena (Cass. pen. n.18748/2007).

Quando si esclude la responsabilità? Qualora il terzo seppur consapevole della violazione all’ ordine di carcerazione, non svolga una specifica attività di copertura ma si limiti ad intrattenere meri rapporti interpersonali leciti, senza che da essi si possa ravvisare un sostegno all’ intento criminoso dell’evaso.

Occorre precisare che i rapporti di parentela, non hanno efficacia scriminante diretta. E’ stato osservato che l’adempimento di doveri di solidarietà sociale, umana, parentale o coniugale non possa di per sé escludere la punibilità, quando esso consista in una vera e propria attività di ausilio per il ricercato (Cass.pen. sez. II, sent. n. 18748/2007) che va provata in giudizio.

Il rapporto di causalità

La Corte ha criticato la sentenza di appello per aver condannato la ricorrente ex art.390 c.p, per il solo fatto di essere stata nominata “affidataria” del marito, dal Magistrato di sorveglianza per mezzo del verbale di affidamento dalla stessa sottoscritto. I giudici di legittimità, hanno rilevato che sia in primo quanto in secondo grado, era stata omessa qualsiasi verifica probatoria sull’ incidenza della condotta della donna. Come dire, era stata imputata una responsabilità a titolo oggettivo, prescindendo dalla effettività e dalla partecipazione della stessa alla vicenda criminosa.

Ai fini della configurazione del reato, l’aiuto causale richiesto, deve essere connesso all’ intenzionalità del condannato di sottrarsi all’esecuzione della pena. La Corte ha pronunciato l’inammissibilità del ricorso per il detenuto evaso,

Sarah Viscardi

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