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Permesso di soggiorno, casa e famiglia non bastano a superare la pericolosità sociale

Permesso di soggiorno, avere una famiglia in Italia ed aver acquistato un immobile non sono condizioni sufficienti a superare il giudizio di pericolosità sociale derivante dalla commissione di un reato ritenuto particolarmente grave. La tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, infatti, prevalgono sugli interessi particolari del singolo richiedente il permesso di soggiorno.

Permesso di soggiorno e rinnovo, il caso risolto dal Consiglio di Stato 

La questione esaminata dal Collegio (testo della sentenza) ha riguardato il diniego opposto dalla Questura di Bergamo ad un’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro autonomo avanzata da un immigrato. Tale rifiuto è stato il risultato della condanna subita dal richiedente a due anni e otto mesi di reclusione e quattordicimila euro di multa per detenzione illecita, ai fini di spaccio, di sostanze stupefacenti in concorso con un connazionale. Nella specie era stato sorpreso ad occultare, all’interno della propria abitazione, alcuni involucri di cocaina ed eroina, denaro contante per un importo tutt’altro che trascurabile frutto dell’attività illecita. Tali circostanze hanno indotto la Questura a ritenerlo socialmente pericoloso.
Considerando illegittimo tale rifiuto, il richiedente impugnava il provvedimento, chiedendone l’annullamento, dinanzi al Tar Brescia, che però respingeva il ricorso.
La sentenza veniva appellata e il caso giungeva di fronte al Consiglio di Stato. L’appellante lamentava, in particolare, che il Tar non aveva adeguatamente considerato il lungo tempo trascorso in Italia, il suo radicamento nel territorio e il fatto di aver acquistato un immobile nel quale viveva con la famiglia.

Permesso di soggiorno e rinnovo, il perché del no opposto dal Consiglio di Stato 

Il Collegio ha ritenuto il ricorso infondato, anche alla luce della precedente giurisprudenza in materia.
Le condanne dell’extracomunitario in materia di stupefacenti, ha spiegato il Collegio, sono automaticamente ostative al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno, qualunque sia la pena detentiva riportata dal condannato e non rilevando la concessione della sospensione condizionale. In presenza di tali condanne, non residua alcuna sfera di discrezionalità in capo all’Amministrazione, che è obbligata a dare immediata applicazione al disposto normativo.
È pur vero che tale automatismo viene meno, lasciando il posto ad una valutazione discrezionale da parte della PA, in determinati casi previsti dalla normativa di riferimento. In particolare, è previsto che nell’adottare il provvedimento di rifiuto del rilascio, di revoca o di diniego di rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero, che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare ovvero del familiare ricongiunto, si debba tenere anche conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato e dell’esistenza di legami familiari e sociali con il suo Paese d’origine. Inoltre per lo straniero già presente sul territorio nazionale, occorre tenere in considerazione, anche la durata del suo soggiorno.

In conclusione

Tutto ciò considerato, il Collegio ha ritenuto del tutto ragionevole ed adeguatamente motivata la decisione del Tar di dare prevalenza all’interesse pubblico e di negare, di conseguenza, al richiedente il rinnovo del permesso di soggiorno, in considerazione della gravità del reato commesso, sacrificando l’interesse particolare dello stesso a restare in Italia con la moglie e i due figli. D’altronde il giudizio di pericolosità sociale è rimesso alla prudente e discrezionale valutazione dell’Autorità di pubblica sicurezza e l’esigenza di salvaguardare l’unità familiare non può prevalere su quella di tutela dell’ordine e della sicurezza della comunità, soprattutto laddove tale unità familiare non ha agito da deterrente per impedire la commissione del reato.

Cristina Grieco

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