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Piangono i botteghini della Serie A, in Inghilterra incassi cinque volte superiori

 

In Inghilterra incassi cinque volte superiori

Sono ormai lontani tempi in cui, Rita Pavone costringeva, in una sua famosa canzone, il proprio boy friend, a portarla con sé, “a vedere la partita di pallone”. Non ci sono più gli stadi di una volta, verrebbe da pensare o evidentemente non ci sono mai stati. Eppure, non proprio agli albori dell’agro-dolce mondo pallonaro, non c’è mente umana che non ricordi, il San Paolo stracolmo anche per la più ordinaria delle partite di campionato o lo Stadio Olimpico che sembrava volesse esplodere durante l’ennesimo derby capitolino.

Oggi, però, l’Inghilterra per fare un esempio, ci schiaccia come non mai. Basti pensare che il Manchester United, ricavi dal match-day (botteghino più servizi legati al giorno della partita) più di Juventus, Milan, Inter e Roma messe insieme: 127 milioni di euro contro poco più di 100 raggranellati dai 4 club italiani. Il dato (impressionante) è un’istantanea dei ritardi accumulati dalla Serie A rispetto alla migliori esperienze estere e di una situazione che per alcune stagioni condannerà il calcio tricolore (o meglio, ha già condannato) a combattere battaglie di retroguardia. Senza una vera rivoluzione strategica dei modelli di business, infatti, difficilmente la Serie A potrà ritrovare quella posizione di dominio che solo un paio di lustri fa le apparteneva.

La legge sugli stadi

E’ anche vero, però, che dopo 5 anni di pendolo parlamentare, oggi c’è una disciplina che dovrebbe incentivare la costruzione e/o l’ammodernamento degli impianti sportivi (introdotta dalla legge di Stabilità per il 2014), tagliando i tempi (14/15 mesi) per l’approvazione dei progetti e attirando investimenti privati (sono vietate nei piani compensativi solo le nuove costruzioni edilizie), ma nessuna società, fra quelle di prima fascia, è andata oltre la fase degli annunci.

Il resto d’Europa   

Nel frattempo, in paesi come Germania e Inghilterra, la proprietà dell’impianto è diventata la regola principale, per la quale lo stadio, non deve trasformarsi in un luogo di aggregazione solo il giorno della partita, ma deve essere in grado di attrarre tifosi e turisti quotidianamente con l’obiettivo di garantire alle società ricavi addizionali. Basti pensare che in terra anglosassone, nei prossimi anni si costruiranno stadi di terza generazione, dopo la prima risalente al dopoguerra e la seconda a fine anni ’80, dopo la triste vicenda di Hillsbourough. In Italia purtroppo si è ancora alle prese con impianti fatiscenti, che nelle migliori situazioni sono stati ristrutturati per il Mondiale Italiano nel 1990. Infatti, l’importanza di avere un impianto di proprietà lo ha appreso negli ultimi anni solamente la Juventus che, con la realizzazione dello Stadium, ha visto incrementare i ricavi al botteghino, da poco più di 10 a 40 milioni a stagione. Tuttavia, il ritardo nei confronti degli altri paesi è notevole e fino a quando non avverrà una vera rivoluzione strategica dei modelli di business, il divario fra l’Italia e il resto d’Europa continuerà ad allargarsi. Real Madrid e Barcellona, per esempio, si aggirano intorno ai 115 milioni di incassi nel matchday, l’Arsenal 119, il Bayern Monaco e Chelsea sopra gli 80 milioni, rispettivamente il triplo e il doppio della Vecchia Signora, migliore, appunto, delle italiane.

Questi dati, sono fondamentali per capire quanto in Italia sia necessario, almeno per i club più importanti, cominciare a pensare al più presto alla costruzione di impianti di proprietà da sfruttare per aumentare i ricavi e di conseguenza tornare ad essere competitivi a livello continentale. La legge sugli stadi del 2014 va in questa direzione, la rinascita del calcio italiano potrebbe passare anche da qua. E magari, ritroveremo di nuovo la “nostra” Rita a chiederci di portarla con noi, “alla partita di pallone”.

Mariano Fergola

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