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Più ricorsi contro lo stesso illecito? Niente abuso del diritto

La ragionevole durata del processo rappresenta una garanzia fondamentale , sancita dall’art. 111 della Costituzione Italiana. Ma fino a che punto l’esigenza di assicurare processi più celeri e meno numerosi incide sul diritto di difesa riconosciuto dall’art. 24 della stessa Carta Fondamentale? La Corte di Cassazione affronta questo tema, occupandosi nuovamente della figura dell’abuso del diritto.

E’ un concetto ricorrente e trasversale. Di esso se ne trova traccia pressocchè in ogni ambito, da quello civilistico fino al diritto penale tributario. Ma l’abuso del diritto non può definirsi esclusivamente l’utilizzo di una situazione giuridica soggettiva attiva per finalità diverse da quelle riconosciute dall’ordinamento giuridico. Il problema è proprio quello di individuare in concreto una fattispecie del genere, tanto importante – si pensi al suo ruolo di garanzia di un “giusto processo”- quanto “fumosa” per certi aspetti.

 La questione sottoposta alla Suprema Corte

La Corte di Cassazione, impegnata da tempo nell’individuazione di casi che potessero qualificarsi in termini di abuso del diritto,  con la sentenza della Terza Sezione Civile n° 18782/2016 è stata chiamata a sciogliere tale dubbio in ordine all’ipotesi della promozione di due distinte azioni giudiziarie -ad opera di soggetti giuridici diversi- ma relative allo stesso fatto illecito. Si trattava nello specifico di un incidente stradale, a seguito del quale il conducente danneggiato (legale rappresentante della società proprietaria dell’autoveicolo) aveva proposto due distinte azioni giudiziarie, nei confronti sia del danneggiante che della compagnia assicurativa di quest’ultimo, per ottenere il risarcimento dei danni patiti.

Nella sentenza in parola la Cassazione ha in primo luogo indicato i tratti salienti della figura nota come “abuso del diritto”, soprattutto con riferimento ad alcune norme costituzionali. Precisamente, a configurare l’abuso è in sostanza l’utilizzo di strumenti processuali in maniera esorbitante rispetto alla loro finalità, che deve consistere nella tutela di un interesse sostanziale. Col passare del tempo però, tale configurazione ha dovuto fare i conti con le nuove necessità legate allo svolgimento di un giudizio, su tutte il rischio di “processi lumaca”. Ciò ha portato progressivamente al riconoscimento di nuovi principi fondamentali, come quello della ragionevole durata del processo, oggi sancito espressamente dall’art. 111 della Costituzione Italiana.

La considerazione del “fattore tempo” alla stregua di un vero e proprio bene giuridico ha inevitabilmente inciso sulle teorizzazioni in tema di abuso di diritto. Quindi si è fatta strada l’idea per la quale sarebbe vietato altresì il semplice “spreco di energie giurisdizionali”, ravvisabile ogniqualvolta il ricorso alla tutela giudiziaria  in realtà finisce con l’ingenerare effetti negativi , quali l’aumento ingiustificato di spese processuali, l’inutile duplicazione di giudizi ed il connesso rischio di sentenze contraddittorie.

 L’abuso del diritto ed il limite della “facoltà”

Ma conseguenze come quelle sopra descritte si verificano ugualmente laddove per il medesimo fatto illecito vengano proposte azioni giudiziarie da distinti soggetti di diritto?

La Cassazione in questo caso si è interrogata sulla natura della fattispecie. Per tale ipotesi esiste una norma ad hoc- l’art. 103 c.p.c.-  la quale, garantendo la connessione delle domande proposte, permetterebbe alle parti coinvolte di agire insieme. e senza dubbio l’attivazione di uno strumento del genere garantirebbe con maggior forza la “ragionevole durata del processo” di cui all’art. 111 Costituz. Ma- sottolinea la Corte- l’ordinamento medesimo riconosce la facoltà alternativa di agire autonomamente e in via individuale, senza che per ciò solo possa configurarsi abuso del diritto.

“Il mancato esercizio della facoltà di cui all’art. 103 c.p.c.- precisa la Corte- e, quindi, la scelta della via ordinaria di promozione autonoma dell’azione in distinti processi, non integra abuso del diritto, attraverso l’utilizzo degli strumenti processuali al di là ed oltre i limiti della sua funzionalizzazione alle esigenze di tutela per cui l’ordinamento li appresta, ma il legittimo esercizio di una facoltà espressamente prevista dall’ordinamento”.

 Tra “tutela” del giudizio e diritto di difesa

Partendo dalla “regola” dell’azione giudiziaria individuale, la Corte di Cassazione ha quindi preferito non accostare l’ipotesi in parola con quelle ormai progressivamente riconosciute in termini di abuso del diritto: dalla “parcellizzazione” della domanda per la soddisfazione della pretesa creditoria di una somma di danaro dovuta in virtù dello stesso rapporto obbligatorio, fino al frazionamento della tutela giurisdizionale in tema di licenziamento per denunciare distintamente vizi formali e di merito.

La Suprema Corte non nega affatto in tal modo la rilevanza e centralità che assume il fine di un processo davvero celere. La “costituzionalizzazione” di tale valore non viene però considerata fino al punto da imporre obblighi negando l’esercizio di una facoltà legittima, e dunque fino a ridimensionare uno dei contenuti dell’altrettanto essenziale diritto di difesa.

Antonio Cimminiello

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