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Prostituzione inconsapevole? Nessun reato se la donna ignora la richiesta di denaro

Nessun reato se la donna ignora la richiesta di denaro del partner a terzi.

A stabilirlo è la Corte di Cassazione, con sentenza n. 28196/2016. Secondo la suprema Corte infatti lo sfruttamento della prostituzione richiede la conoscenza di alcuni elementi essenziali da parte della donna, ovvero la consapevolezza dello sfruttamento e dell’elemento retributivo, senza i quali non può configurarsi il reato.

Oltre all’imputazione per sfruttamento della prostituzione, sull’imputato pendevano accuse diverse: furto, appropriazione indebita di prodotti per uso lavorativo, estorsione e pornografia minorile L’uomo infatti aveva intrattenuto una corrispondenza virtuale, tramite chat-line, con una minorenne, dalla quale avrebbe conseguito, in cambio di ricariche telefoniche, delle foto provocanti, che in seguito avrebbe riutilizzato (fingendosi una minorenne) per estorcere denaro ad altri utenti on-line dietro la minaccia di denuncia.

Sempre tramite il web, l’imputato organizzava incontri sessuali a pagamento con la propria compagna.

La difesa dell’uomo, tuttavia contestava l’accusa di sfruttamento della prostituzione, poiché la condotta contestata mancherebbe di alcuni elementi essenziali: l’argomento è vincente e riesce a convincere i giudici di legittimità.

Sfruttamento della prostituzione: il contenuto della sentenza n. 28196/2016

La Corte di merito aveva escluso che per l’integrazione del delitto di sfruttamento della prostituzione sia necessaria l’abitualità, ben potendo il delitto essere circoscritto ad un solo episodio.

Secondo la Corte territoriale tuttavia, pur escludendo che la donna fosse consapevole che il partner chiedesse denaro agli utenti contattati via chat, il reato di sfruttamento della prostituzione sarebbe integrato dal fatto che l’imputato chiedeva soldi anche per consentire la partecipazione agli incontri con la donna. Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, infatti, l’uomo in tal modo avrebbe sfruttato economicamente la disponibilità della ragazza ad eseguire le prestazioni sessuali.

Di diverso avviso è la Corte di Cassazione. Se qualcuno si fa pagare per organizzare incontri sessuali con una donna, ma questa resa all’oscuro di tutto non può aversi sfruttamento della prostituzione: l’atto sessuale può essere considerato atto di prostituzione solo in presenza dell’elemento retributivo.

Sfruttamento della prostituzione: necessario il dolo specifico

cassazione
Corte di Cassazione, Roma

In termini tecnici, lo sfruttamento si configura “quando il soggetto che fornisce la prestazione sessuale assegna alla dazione del proprio corpo, per il soddisfacimento dell’altrui libidine, una funzione strumentale alla percezione di una utilità, in genere economica, che potrebbe essere corrisposta dall’utente anche direttamente ad un terzo, ma sempre con l’accordo o quanto meno la consapevolezza dell’erogatore della prestazione”.

Esclusa l’ipotesi di sfruttamento, l’imputato può tutt’al più essere accusato di induzione alla prostituzione di una donna di maggiore età. Venendo in ogni caso meno, nella ricostruzione della Corte territoriale, il dolo specifico del reato di sfruttamento della prostituzione (ovvero appunto la volontà consapevole dello sfruttamento e dell’elemento economico), la Cassazione annulla la sentenza con rinvio sul punto ad altra Sezione della Corte di Appello di Bologna, alla quale viene richiesto di riesaminare il caso sulla base di tali principi di giurisprudenza.

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