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Raid di San Cono, per il Gip è discriminazione razziale

Una ricostruzione dei fatti incoerente, contraddizioni, giustificazioni lacunose e un video incriminante: sulla base di questi elementi il Gip del Tribunale di Caltagirone (CT), Ettore Cavallaro, ha irrogato la misura degli arresti domiciliari con obbligo di braccialetto elettronico ad Antonio Spitale e ai fratelli Severo, i tre ragazzi che il 20 agosto 2016 scorso hanno svolto un raid punitivo nei confronti di quattro minori egiziani, ospiti di un centro di accoglienza di Caltagirone, riducendoli in gravissime condizioni.

Per il Giudice non vi sono dubbi: il video, registrato con lo smartphone da una delle vittime, è una prova schiacciante e scredita la tesi della legittima difesa invocata dagli aggressori per sottrarsi all’aggravante della premeditazione. Accogliendo la ricostruzione delle vittime, i tre italiani, insieme ad altri due complici (di cui sono ignote le generalità), muniti di due mazze da baseball e di una pistola da soft air, hanno pestato gli extracomunitari urlando “non dovete più venire qua”, “dovete andarvene dal nostro paese”, “state lontani dalle nostre femmine” e rimanendo impassibili innanzi alle suppliche dei minori che imploravano “non lo fare, ti prego”.

Le immagine violente e le espressioni usate dagli aggresori nel corso del raid, fanno crollare le arringhe difensive. Gli indagati, infatti, si sono giustificati dicendo che le mazze da baseball erano degli extracomunitari e che erano riusciti a sottrarle nel corso della colluttazione: i presunti aggressori sono le vittime di un video che ha ripreso solo una parte della lite. Tale ricostruzione, però, non ha convinto il Giudice che, pur avendo convalidato il fermo eseguito dai carabinieri non ritenendo sussistente il pericolo di fuga (i tre aggressori, infatti, erano stati ritrovati nelle rispettive abitazioni a distanza di poche ore dal fatto), ha accolto la tesi dell’accusa di porto illecito di arma impropria, tentato omicidio ai danni di M.M. e lesioni aggravate da futili motivi e dalla discriminazione etnica o razziale nei confronti di soggetti “non appartenenti al paese” di San Cono.

Dal tenore dell’ordinanza restrittiva emessa, trapela chiaramente la volontà di un raid punitivo dei ragazzi catanesi; il Gip scrive “appare chiaro come le espressioni utilizzate dagli indagati, finalizzate ad allontanare una categoria di soggetti, non appartenenti al cosiddetto ‘paese’ dunque extracomunitari, (omissis), nonché alla luce degli stessi futili motivi dell’azione, evidenziano la sussistenza di finalità di discriminazione di sfondo razziale ed etnico, essendo tutte le vittime stranierie, pertanto, impone agli aggressori gli arresti domiciliari con obbligo di bracciale elettronico.

Siamo nuovamente di fronte ad un caso in cui la tecnologia si rivela essere alleata della giustizia: lo smartphone, infatti, è servito ad accelerare la fase decisionale; il braccialetto elettronico, invece, servirà a monitorare i detenuti.

Identikit del bracciale elettronico.

braccialetto_elettronicoIl braccialetto elettronico (anche cavigliera elettronica), previsto dall’art. 275 bis del c.p.p., è uno strumento attraverso il quale l’Autorità giudiziaria può monitorare (anche a distanza) chi lo indossa, con un costo minore per lo Stato e rispettando l’esigenza di evitare il sovraffollamento delle carceri.

La particolarità del dispositivo risiede nel suo sistema di monitoraggio. Una volta fatto indossare il braccialetto alla caviglia del detenuto, viene installata una centralina-segreteria nella struttura dove quest’ultimo dovrà scontare la pena. Il braccialetto emette delle onde-radio a bassa frequenza alla centralina la quale, a sua volta, trasmette il segnale alla centrale operativa di sorveglianza (SMU) più vicina. Ma cosa succede se il bracciale non trasmette più il segnale o se il detenuto lo manomette? La centrale operativa non riceve più segnale da parte della centralina e, di conseguenza, intervengono le forze dell’ordine.

Nonostante i dubbi iniziali, dal 2001 (anno in cui è stato sperimentato per la prima volta in Italia) sono aumentate le richieste di utilizzo del dispositivo che, peraltro, oltre garantire notevoli risparmi economici, è particolarmente congeniale ad una valorizzazione della funzione rieducativa della pena: da un lato sono diminuiti quantitativamente i detenuti nelle carceri, dall’altro vi è stato ad un processo rieducativo e riabilitativo più incisivo. Scontare la pena in un carcere, infatti, espone il detenuto al “contagio carcerario” e può aumentare la sua pericolosità sociale con gravi ripercussioni per la sua riabilitazione. Grazie alla nuova tecnologia, invece, il carcerato può scontare il periodo di detenzione dentro le mura domestiche, avvalendosi del supporto dei suoi familiari e dimostrando una maggiore inclinazione alla riabilitazione. Si può quindi affermare che la tecnologia ha partorito il tanto atteso figlio richiesto dall’art. 27 della Costituzione laddove recita che la pena deve “tendere alla rieducazione del condannato”.

Purtroppo ad oggi i bracciali elettronici disponibili in Italia sono poco più di 2000. C’è solo da sperare in un ulteriore un ulteriore investimento su questo tipo di tecnologia.

 

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