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Responsabilità professionale, se l’avvocato “dimentica” la causa il cliente va risarcito?

Costituisce grave negligenza professionale la condotta dell’avvocato che dimentica di impugnare il licenziamento illegittimo del proprio assistito e non comunica la dimenticanza al cliente. Risarcibile il danno esistenziale e, se dimostrato, anche il danno patrimoniale. 

E’ quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Roma con la sentenza 5454 del 16 settembre 2016.

Il caso

«Avvocato, mi hanno licenziata ingiustamente, mi aiuti ad ottenere giustizia!» Probabilmente son state queste le parole della lavoratrice che, a seguito di un licenziamento per presunto superamento del periodo di comporto, si era recata presso lo studio del suo avvocato, per capire cosa era possibile fare a fronte del torto subito.

La cliente aveva fornito all’avvocato l’originale della lettera di licenziamento e tutti i certificati medici. A fronte della documentazione, l’avvocato l’aveva rassicurata, dicendo che il licenziamento era illegittimo e che quindi avrebbe potuto procedere col ricorso.

La donna contatta l’avvocato per avere notizie sul suo procedimento, l’avvocato le dice che la causa è a buon punto ma che  vi sono dei ritardi sono dovuti al trasferimento di un giudice. Passano i mesi, il legale non risponde al telefono, non si fa trovare a studio, così la lavoratrice, insospettita, inizia delle ricerche presso il Tribunale. Spera ancora in una vittoria, fino a quando non scopre l’amara verita’: nessuna causa era stata mai iscritta, il suo licenziamento non era stato impugnato.

Revocato quindi il mandato all’avvocato decide di agire nei suoi confronti per ottenere un risarcimento danni.

Il Tribunale all’esito dell’istruttoria svolta, riconosceva la responsabilità professionale dell’avvocato, per non aver adempiuto all’incarico affidatogli e ciò per non aver impugnato il licenziamento. Tuttavia rigettava la domanda di risarcimento del danno patrimoniale, condannando il legale al pagamento della somma di Euro 10.000,00 a titolo di danno non patrimoniale per il danno esistenziale patito dalla cliente, oltre che alla rifusione delle spese di lite.

La cliente propone appello avverso la sentenza del Tribunale, ritenendola censurabile nella parte in cui non aveva riconosciuto il risarcimento per il danno patrimoniale.

La Corte d’Appello ritiene il motivo infondato. Premesso in diritto che « le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi o di comportamento e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desideralo ma non ad assicurarlo non rientrando il controllo sul risultato nell’ambito dell’esigibilità», la Corte si pronunzia poi, nello specifico, sulla responsabilità dell’avvocato.

 La diligenza dell’avvocato

Avuto riguardo all’attività professionale dell’avvocato, «l’inadempimento del professionista non può essere desunto, ipso facto, dal mancato raggiungimento del risultalo utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, al dovere di diligenza». La responsabilità professionale dell’avvocato, dunque, al di fuori delle ipotesi  di dolo o colpa grave, è configurabile a seguito della violazione del dovere di diligenza, violazione ravvisabile  ove questi non abbia svolto l’attività inerente ai mandato o l’abbia svolta parzialmente, ovvero anche per non avere informato il cliente dell’impossibilità di espletarla.

I giudici di secondo grado precisano che «nell’adempimento dell’incarico conferitogli, l’avvocato deve assolvere a quei doveri di sollecitazione, dissuasione, informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi utili o necessari in suo possesso; di sconsigliarlo dal l’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole». Il Tribunale quindi ha ben operato riconoscendo la responsabilità dell’avvocato, perchè non solo il legale non aveva impugnato il licenziamento ma addirittura aveva mentito alla cliente, facendole credere di aver depositato il ricorso.

Il cliente deve provare il danno patrimoniale

Con riferimento all’onere probatorio, in tema di responsabilità nei confronti di un professionista, il cliente è tenuto a provare non solo di aver sofferto un danno, ma «altresì che questo sia stato causato dall’insufficiente o inadeguata o negligente attività del predetto professionista e, cioè, diti la sua difettosa prestazione professionale»

Affinchè possa configurarsi la responsabilità dell’avvocato è necessaria «l’indagine, positivamente svolta, sul sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, quindi, la certezza morale che gli effetti di una diversa attività del professionista medesimo sarebbero stati più vantaggiosi per l’assistito, non potendo presumersi dalla sola negligenza del professionista che tale sua condotta abbia in ogni caso arrecato un danno, come pure, in caso di omesso svolgimento di un’attività professionale, va provato non solo il danno subito ma anche il nesso eziologico tra esso e la condotta del professionista, in quanto non sussiste alcuna essenziale diversità tra inesatto adempimento del professionista e adempimento mancato»

Tuttavia la Corte rileva ancora come un recente orientamento della Cassazione faccia riferimento non alla ragionevole certezza ma alla mera probabilità che una corretta attività del legale avrebbe comportato l’esito vittorioso del processo.

Maria Rosaria Pensabene

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