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Ricorso in Cassazione, come dedurre la violazione di norme processuali?

Ricorso in Cassazione, come dedurre la violazione di norme processuali?

A una tale domanda, qualcuno potrebbe rispondere facendo riferimento al n. 3) dell’art. 360 c.p.c., ma per i Giudici di legittimità, pronunciatisi con la sentenza n. 22638/2016, la risposta sarebbe errata.

Ricorso in Cassazione, come dedurre la violazione di norme processuali? La vicenda.

Due ex coniugi stipulavano una transazione in base alla quale l’ex marito si sarebbe liberato del proprio debito nei confronti dell’ex moglie – scaturito dagli obblighi di mantenimento e dall’obbligo di versare il 50% del valore locativo della casa familiare in cui aveva continuato ad abitare – attraverso la cessione della quota di proprietà (50%) dell’appartamento e il versamento di un assegno mensile sino all’estinzione del debito.

Contestualmente veniva regolato, per il futuro, il mantenimento delle tre figlie. L’ex marito avrebbe contribuito facendosi carico di tutte le spese necessarie al mantenimento di una delle figlie; l’ex moglie avrebbe provveduto all’integrale mantenimento delle altre due.

Tale equilibrio si alterava, quando l’ex marito scopriva che una delle figlie, mantenute dall’ex moglie, aveva iniziato a lavorare, rendendosi autosufficiente. Ritenuto, il tacere su tale circostanza, inadempimento dell’obbligazione assunta con l’accordo, conveniva, innanzi il Tribunale l’ex moglie, chiedendo la condanna al risarcimento del danno.

Ricorso in Cassazione, come dedurre la violazione di norme processuali? I giudizi di merito.

Il Tribunale, accoglieva, parzialmente relativamente al quantum, la domanda.

La Corte di Appello confermava la sentenza sulla base dei seguenti rilievi.

Correttamente il Tribunale aveva attribuito al contratto de quo, una duplice natura, ravvisando, nella prima parte, una transazione volta a risolvere i rapporti litigiosi pendenti tra le parti e, nella seconda parte, un accordo, per il futuro, in merito al mantenimento economico delle figlie.

Correttamente aveva qualificato la domanda proposta, come domanda risarcitoria per violazione del principio di buona fede in sede di esecuzione del contratto e correttamente aveva esercitato il potere di qualificazione della domanda senza ledere i principi della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato e del contraddittorio.

Nel merito, la Corte territoriale riteneva pacifica la sussistenza del dedotto comportamento improntato a malafede e corretta, anche con riguardo al quantum, la decisione del primo giudice.

Ricorso in Cassazione, l’inammissibilità del primo motivo.

Avverso tale sentenza, l’ex moglie proponeva ricorso per cassazione articolato in tre motivi; l’ex marito resisteva e proponeva ricorso incidentale.

Con il primo motivo la ricorrente deduceva, ai sensi dell’art. 360, n.3 c.p.c., violazione e falsa applicazione dell’art.1965 c.c. in quanto la Corte di Appello aveva errato nel ritenere l’accordo articolato in due parti distinte e autonome. L’accordo andava interpretato in senso unitario con conseguente esclusione dell’alterazione dell’equilibrio delle reciproche prestazioni.

Secondo i Giudici di Piazza Cavour, il motivo è inammissibile “in conformità al consolidato orientamento della Corte secondo cui le affermazioni ad abundatiam, che non spieghino alcuna influenza sul dispositivo della sentenza, non possono essere oggetto di ricorso per cassazione per difetto di interesse, essendo improduttive di effetti giuridici“. L’affermazione contenuta nella sentenza impugnata – secondo cui correttamente il Tribunale aveva individuato due distinti accordi nella scrittura – è un’affermazione ad abundantiam che non si identifica con la ratio decidendi della medesima, in quanto la condanna al risarcimento del danno  ha trovato fondamento, esclusivamente, nel rilievo che il contegno della moglie, successivo alla scrittura, costituisse violazione del dovere di buona fede in sede esecutiva e concretasse, pertanto, una forma di inesatto adempimento alle obbligazioni derivanti dall’accordo.

Ricorso in Cassazione, la violazione di norme processuali.

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Ugualmente inammissibile è il secondo motivo, dedotto ai sensi dell’art. 360 n.3 c.p.c., violazione e falsa applicazione degli artt. 101 e 112 c.p.c.. Secondo la ricorrente il giudice del merito, qualificando la domanda come domanda risarcitoria per violazione del principio di buona fede in sede di esecuzione del contratto, avrebbe sostituito la causa petendi dell’azione esercitata dall’ex coniuge, ponendo a fondamento della pronuncia un fatto costitutivo diverso da quello dedotto dall’attore. Ebbene, per la Corte, “la violazione di norme processuali, tra cui agli artt. 101 e 122 c.p.c., dando luogo a vizio di attività e a nullità del processo e della sentenza (error in procedendo), deve essere dedotta mediante la sussunzione del vizio nella fattispecie di cui all’art. 360 n.4, c.p.c.”, essendo, quantomeno, necessario che il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dal vizio denunciato.

Parzialmente fondato è il terzo motivo, con cui la ricorrente deduceva, ai sensi dell’art.360 n.3 c.p.c., violazione e falsa applicazione dell’art.1226 c.c. in quanto l’ex marito non avrebbe provato il danno asseritamente subito e, illegittimamente, il giudice di merito, aveva proceduto alla liquidazione dello stesso, utilizzando il criterio equitativo. Invero, avendo il giudice del merito esercitato il potere discrezionale conferito dall’art.1226 c.c. in mancanza dei presupposti stabiliti dalla norma, la sentenza deve essere cassata.

Inammissibile il ricorso incidentale, essendo stata la doglianza, in merito alla quantificazione del danno, espressa senza la formulazione di specifici motivi di ricorso e senza la prefigurazione di vizi della pronuncia sussumibili in una delle fattispecie di cui all’art.360 c.p.c.

Iolanda Giannola

 

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