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Referendum: Bicameralismo perfetto o no, questo è il “primo” problema

Il referendum è oggi il principale topic politico che imperversa su tv, giornali e dibattiti quotidiani. Da un lato il Renzi ha molto personalizzato lo scontro referendario, e dall’altro le opposizioni ne hanno fatto uno strumento per tentare di scalzare il presidente del consiglio da Palazzo Chigi. A farne la spese sono probabilmente i cittadini che ancora devono farsi un’idea. La discussione, in effetti, procede a colpi di anatemi per paura di un confronto, altri ancora per non volersi esporre politicamente, perché si sa: se voti Sì sei tacciato di essere renziano, se voti No sei grillino. Con buona pace del  merito della riforma , che in questo fuoco incrociato va a farsi benedire…

(I principali punti della riforma erano già stati sintetizzati su Masterlex: Il Referendum costituzionale: i punti cruciali della riforma)

Riforma Costituzionale, è possibile modificare la Costituzione? Quali sono i limiti?

È la stessa Costituzione che prevede le modalità di revisione costituzionale attraverso un procedimento ad hoc previsto dall’art. 138. Il referendum approvativo costituisce l’ultima tappa di tale procedimento. La Carta, infatti,  prevede che le modifiche alla Costituzione possano essere sottoposte all’approvazione del corpo elettorale nei casi in cui la deliberazione parlamentare si avvenuta a maggioranza assoluta. Il referendum può invece essere evitato nei casi in cui la maggioranza che approva la riforma raggiunge i 2/3 dei voti dell’assemblea.

Per quanto oggi qualcuno la voglia intoccabile, i padri costituenti erano ben consapevoli che determinate esigenze avrebbero potuto rendere necessario una modifica della Carta Costituzionale. Si badi bene, l’unica parte che è stata blindata e che non può essere modificata, oltre alla forma repubblicana è la parte relativa ai principi fondamentali (rappresenterebbero infatti limiti impliciti alla revisione). Pertanto, deve ritenersi superata la prima critica relativa alla sacra immodificabilità della Costituzione. State tranquilli dunque, l’idea di riformare non è di per sé sintomo di spirito sovversivo.

Ma cosa si vota? Il quesito

Questa la domanda a cui dovremo rispondere il prossimo 4 dicembre:

                                                    

Riforma Costituzionale, SI’ o NO? Questo è un bel problema

In questo primo approfondimento sulla riforma costituzionale ci occuperemo soltanto del primo punto del quesito: il superamento del bicameralismo paritario. Fidatevi, dietro questa parola si sono trincerati i principali schieramenti favorevoli e contrari alla riforma. Ed è proprio alla formula con cui la riforma voluta da Renzi intende superare il bicameralismo perfetto che sta alimentando la maggior parte delle polemiche.

Ma cos’è il bicameralismo perfetto?

Semplificando un po’, basta sapere che l’espressione bicameralismo perfetto indica  un certo modo di funzionare delle assemblee parlamentari fondato sull’esistenza di due Camere – che in Italia corrispondono alla Camera dei Deputati e al Senato – con identici poteri e funzioni.

Già durante i lavori dell’assemblea costituente, iniziati il 25 giugno del 1946, si ebbero i primi scontri sull’opportunità di adottare un sistema monocamerale ovvero bicamerale. La sinistra, che osteggiava l’idea di una “camera alta” ritenuta espressione di una società classista, caldeggiava la prima soluzione, mentre i popolari, i repubblicani e le altre forze politiche dell’epoca pugnavano la seconda. Non senza mugugni, si optò infine per adottare un sistema bicamerale perfetto, ma era chiaro che tale compromesso era dettato dal quadro politico che contrassegnava quel periodo: la paura di derive autoritarie era ancora forte.

Così, mentre una camera rappresenta la compagine politica del Paese con la sua maggioranza e le sue minoranze, l’altra camera dovrebbe invece rappresentare una diversa, ancorché di fatto simile, proiezione delle forze politiche, dal momento che il Senato “è eletto su base regionale” ossia ognuna delle 20 Regioni italiane costituisce una circoscrizione alla quale spetta un certo numero di senatori. Ne discende che se una forza politica ha la maggioranza alla Camera dei Deputati non necessariamente tale maggioranza si riverbera nell’altra. Così inteso il sistema, il Senato avrebbe dovuto essere il contrappeso di una possibile maggioranza politica. Non bisogna peraltro dimenticare che, in origine, l’elezione della Camera e quella del senato erano sfalsate nel tempo.

Riforma Costituzionale, perché si vuole superare il sistema del bicameralismo paritario?

Il principale motivo sta nella lentezza del procedimento di formazione delle leggi e nello spreco di energie  e denaro pubblico connesso all’esistenza di due camere che fanno esattamente le stesse cose.

C’è anche chi dal superamento del bicameralismo perfetto si aspetta una migliore governabilità. L’argomento, tuttavia, sembra incaricare la riforma dell’architettura istituzionale di dati più legati  a dati contingenti come la coesione del sistema politico e il funzionamento della legge elettorale – di cui si parlerà nei prossimi appuntamenti. Ma si tratta di questioni non necessariamente connesse alla riforma costituzionale, sebbene siano parecchie le sovrapposizioni e  tanti i punti di contatto. Non è un caso, infatti che qualcuno ritiene cruciale il c.d. combinato disposto.

Superando il bicameralismo paritario i sostenitori del sì ritengono possa ottenersi una produzione legislativa più celere, dal momento che si eviterà il fenomeno delle c.d. navette, ossia il passaggio di una legge da una camera all’altra fino all’approvazione del medesimo testo da parte di entrambe le camere. Procedimento che talora ha comportato un aggravio procedurale e una dilatazione dei tempi di approvazione di alcune leggi.

“Esigenze di celerità“, dunque. Ma alla luce del quadro istituzionale prospettato può tale esigenza giustificare la configurazione di una camera – quella del Senato – con compiti diversi rispetto all’altra?

Certamente è possibile modificare il Senato, provare a trasformarlo in un Senato delle Regioni (sempre che il futuro ed eventuale Senato possa considerarsi tale), ma occorre ben ponderare cosa siamo disposti a sacrificare sull’altare della celerità.

Non manca infatti chi rileva che il Senato – nella sua attuale configurazione – non rappresenta solo un  doppione che svolge le medesime funzioni dell’altra camera. Secondo costoro, l’esistenza di un secondo luogo di discussione contribuirebbe a garantire un prodotto legislativo più meditato e in definitiva migliore. E sono pronti ad elencare i casi in cui le leggi, nel passaggio da una camera all’altra, siano migliorate ed arricchite. Quasi scontato dire che i sostenitori del sì ritengano marginali questi casi ed evidenziano invece i casi in cui il doppio passaggio ha determinato l’insabbiamento di provvedimenti normativi importanti come il ddl sulla tortura, votato dalla Camera e mai più calendarizzato in Senato.

Negli articoli che seguiranno, verranno messi in luce gli ulteriori spunti di riflessione che la riforma costituzionale ci impone.

Antonio Colantoni

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