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Ripensare le scuole di magistratura: dopo il caso Bellomo il dibattito è aperto

Ripensare le scuole di magistratura: critiche, riflessioni e proposte dopo il caso Bellomo

A pochi giorni di distanza dal pandemonio scoppiato in seguito al caso del magistrato Bellomo, il giudice del Consiglio di Stato che obbligava le allieve della scuola “Diritto e Scienza” a presentarsi con indosso minigonna, collant aderenti e tacchi, arrivano le indignazioni da parte di personaggi di spicco del settore. E mentre il Consiglio Superiore della Magistratura ha sospeso il pm di Rovigo Davide Nalin, stretto collaboratore di Bellomo, una riflessione s’impone sul sistema che ruota attorno alle scuole per aspiranti magistrati in Italia.

Ripensare le scuole di magistratura: «l’attuale è un sistema opaco»

magistratura«Il caso del giudice Bellomo ha scoperchiato sicuramente un vaso di Pandora sulla giungla dei corsi per aspiranti magistrati che si apprestano a svolgere il concorso» – dichiara in un’intervista al quotidiano Il Mattino il presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), Eugenio Albamonte.

«La magistratura – prosegue – non può tollerare l’opacità in cui si svolgono i corsi […] Ora mi auguro che venga fatto un censimento di quanti sono questi corsi, che profitti generano e in quale maniera vengono svolti». Quello che viene alla luce proprio grazie al caso Bellomo, è un panorama in cui l’accesso al concorso tanto agognato non avviene immediatamente dopo aver conseguito la laurea e proliferano così in tutta Italia i corsi a pagamento svolti dai giudici per gli aspiranti alla magistratura.

In particolare, il cospicuo numero di corsi a pagamento ha favorito lo sviluppo di così tanti enti che si occupano della formazione degli aspiranti magistrati tale da generare un giro d’affari milionario che arriva a coinvolgere gli stessi giudici. Una spirale infausta che non lascia scampo a critiche e inchieste da parte dell’opinione pubblica ma anche dai media.

Intanto Bellomo, intervistato da Virginia Piccolillo per un articolo apparso nel Corriere della Sera, si difende dalle accuse rifacendosi, tra l’altro, a valori quali la trasparenza contrattuale e la correttezza e lasciando trasparire una sorta di vittimismo patologico: «Sono tenuto al silenzio e fino a che non sarà finita non posso difendermi. Sono state scritte cose false. Il magistrato si giudica per quello che fa».

Ripensare le scuole di magistratura sulla base di un albo pubblico

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Tra le pagine de Il Fatto Quotidiano, anche l’ex magistrato e giudice istruttorio Gian Carlo Caselli paragona il panorama complessivo odierno a una giungla selvaggia, priva dunque di indipendenza e autonomia di giudizio. Con fare ironico, riflette su come sarebbe bello, seppur tecnicamente impossibile, se la magistratura potesse costituirsi parte civile contro la scuola di Bellomo.

«Saranno le inchieste in corso a dire l’ultima parola. Ma allo stato delle conoscenze si profila un quadro […] che anzi induce a concepire la magistratura come uno status di odioso privilegio, non garanzia dell’uguaglianza e dei diritti del cittadino». Un commento sottile il suo ma anche avveduto, visto che la riflessione si chiude con la proposta di istituire per legge un albo pubblico cui le varie scuole di preparazione al concorso dovrebbero necessariamente registrarsi.

Ripensare le scuole di magistratura: la riforma ispirata al modello francese

magistraturaPropositivo anche l’editoriale di Giovanni Fiandaca che, ne Il Mattino, afferma come «se fossimo in grado nel nostro paese di realizzare profonde riforme, la soluzione dovrebbe essere ben più radicale. Cioè dovremmo abolire il concorso come concepito sinora […] e, al suo posto, andrebbe previsto un percorso all’incirca secondo un ritoccato modello francese». Una riforma, conclude, forse eccessivamente ambiziosa rispetto alle capacità riformistiche dell’attuale ceto politico.

Intanto, la commissione speciale del Consiglio di Stato che dovrà redigere il parere con la proposta di destituzione di Bellomo si riunirà il prossimo 20 dicembre. Dopodiché, il parere dovrà essere esaminato, il prossimo 10 gennaio, dall’adunanza generale cui prenderanno parte circa cento consiglieri e la decisione verrà resa formale dal Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa.

Eloisa Zerilli

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