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Risarcimento danni, la “claims made” non è vessatoria

Risarcimento danni, la claims made non è vessatoria

E’ sempre più frequente che i professionisti, specie quelli esposti al rischio di essere chiamati a risarcire danni provocati dalla loro opera,  provino a cautelarsi con contratti assicurativi ad hoc. Questa pratica ha finito con il generare, nel tempo, una ponderosa giurisprudenza sostanzialmente legata alla validità e all’efficacia delle clausole claims made (letteralmente “a richiesta fatta”) che vengono inserite nei contratti di assicurazione.

Clausole claims made: di cosa si tratta?

Le clausole claims made sono schematizzabili in due grandi categorie. Da un lato, le clausole cosiddette “miste” o “impure” che prevedono l’operatività della copertura assicurativa solo allorché sia il fatto illecito, sia la richiesta di risarcimento, intervengano nel periodo di efficacia del contratto, con retrodatazione della garanzia a condotte poste in essere anteriormente alla stipula del contratto (in genere due o tre anni). Dall’altro, le clausole cosiddette “pure”, finalizzate alla manleva di tutte le richieste risarcitorie inoltrate dal danneggiato all’assicurato e da questi all’assicurazione nel periodo di efficacia della polizza, indipendentemente dalla data di commissione del fatto illecito.

Ebbene, soprattutto le clausole del primo tipo hanno determinato annose e controverse questioni (in particolare sulla natura vessatoria o meno delle stesse) sulle quali era intervenuta più volte la Cassazione (15 marzo 2005 n. 5624 e 13 febbraio 2015 n. 2872).

Di fronte all’ultimo contenzioso insorto fra un cittadino nei confronti di un noto ospedale romano, volto a ottenere il risarcimento per i danni subiti dalla condotta dei medici che lo avevano curato, il Primo presidente della Cassazione, investito in seguito a ricorso della parte soccombente in appello (l’ente ospedaliero) aveva ritenuto che la controversia presentasse una questione di particolare importanza e ne aveva disposto l’assegnazione alle Sezioni Unite.

Il collegio deputato a dirimere contrasti giurisprudenziali è così pervenuto alla decisione il 6 maggio 2016 con la sentenza n. 9140, che fa definitivamente chiarezza sul punto controverso.

Risarcimento danni, claims made: l’intervento della Cassazione a Sezioni Unite

A giudizio delle Sezioni Unite le clausole claims made miste non hanno natura vessatoria. E la sentenza va anche oltre: i giudici, richiamandosi all’articolo 2 della Costituzione (che consente al giudice di modificare o integrare accordi negoziali al fine di garantire l’equo contemperamento degli interessi delle parti), prendendo spunto dal d.lgs. n. 206/2005 hanno stabilito che se la clausola claims made provoca uno squilibrio fra i diritti e gli obblighi che scaturiscono dal contratto con la compagna assicuratrice, essa potrà essere dichiarata nulla, sulla base di un giudizio di “meritevolezza” da parte del giudice di merito e con il conseguente ripristino della normativa contemplata dall’articolo 1917 del codice civile.

Francesco Maria Zaccaria

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