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Risoluzione dei contratti in caso di embargo: non esiste il dolo se il divieto è imposto “dall’alto”

Risoluzione dei contratti in caso di embargo: non esiste il dolo se il divieto è imposto “dall’alto”

Le imprese italiane coinvolte in affari con aziende straniere hanno il diritto di ritenere risolti i contratti e ottenere il risarcimento dei danni nel caso in cui, con l’embargo, venga imposto il blocco degli scambi commerciali.

Risoluzione dei contratti in caso di embargo

A stabilire questo diritto, in caso di embargo, è stata la Corte di Cassazione – Sezione Civile che, con la sentenza n. 11027 emessa lo scorso 27 maggio, ha confermato il giudizio di appello del Tribunale di Milano.

In quanto atto privato, la controversia è stata risolta seguendo i criteri previsti dalla giurisdizione italiana anche se il ricorso era stato proposto direttamente dal Governo iracheno.

Embargo commerciale: diritti e doveri dei contraenti

La precedente sentenza di secondo grado, che risale al dicembre del 2002, aveva confermato il risarcimento del danno all’azienda italiana che, dopo aver stipulato un contratto di vendita, non aveva potuto rispettare gli impegni presi a causa di un sopravvenuto obbligo di embargo.

Il contratto di compravendita, che prevedeva l’acquisto di 5 elicotteri da parte dello Stato iracheno e il versamento di un primo acconto economico, era stato stipulato prima che Baghdad subisse un attacco armato. A seguito all’embargo e dei conseguenti atti normativi internazionali, però, la società italiana non aveva più potuto consegnare la merce: un impedimento che non deve essere addebitato all’impresa produttrice di velivoli poiché quest’ultima si è trovata costretta a rispettare un divieto imposto “dall’alto” e da non poter superare in alcun modo. Non esiste, dunque, «un comportamento doloso di una delle parti contraenti se all’origine di un provvedimento internazionale di restrizione commerciale che renda impossibile la prestazione di consegna».

Embargo: significato di un ordine imposto

In questo caso, inoltre, la Corte di Cassazione ha sottolineato che la risoluzione del contratto non deve essere inclusa tra le fattispecie che definiscono la “forza maggiore” dato che la condotta colpevole è imputabile all’Iraq e alla sua decisione di invadere il Kuwait. Tra i motivi della decisione, infatti, si legge che il fatto è avvenuto «nel grave illecito internazionale di una guerra di aggressione condotta dallo Stato contraente, oggetto di misure sanzionatorie mirate che in nessun modo possono ricondursi a causa giustificativa di inadempimento contrattuale».

L’unica richiesta che la Corte di Cassazione ha ritenuto valida al querelante è, in conclusione, quella relativa alla rivalutazione monetaria e del calcolo degli interessi che deve essere effettuata con i criteri imposti dalla giurisdizione francese.

 

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