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Servitù di passaggio: la consegna delle chiavi rende legittima la chiusura della strada con una catena

Apporre una catena chiusa con lucchetti in una strada privata su cui insiste una servitù altrui integra il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni?

Non sempre tale condotta integra una fattispecie penalmente e civilisticamente rilevante. La Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 42954 del 19 ottobre 2016, ha stabilito i limiti di punibilità della condotta.

Servitù di passaggio: quando la chiusura della strada non costituisce reato

La vicenda ha avuto origine da una pronuncia della Corte d’Appello di Palermo che ha ritenuto ravvisabile il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose ex art. 392 c.p., commesso mediante l’apposizione di una catena chiusa con lucchetti a sbarramento di una strada di proprietà privata così da creare un aggravio della modalità di esercizio della servitù di passaggio di cui la parte offesa era titolare.

Ciò nonostante la parte offesa titolare della servitù di passaggio fosse stata fornita delle chiavi per aprire i lucchetti della catena. Ciò non avrebbe impedito il passaggio ma avrebbe comunque reso più difficoltoso l’accesso.

Tale pronuncia è stata annullata dalla Suprema Corte che ha statuito che non può ritenersi arbitraria, da parte del titolare di un fondo servente, l’attività di apposizione unilaterale di una catena munita di lucchetti che chiude l’accesso alla strada su cui insiste una servitù, se il primo mette a disposizione del secondo le chiavi per aprire il congegno di sicurezza ed i disagi derivanti a quest’ultimo dall’innovazione siano minimi e trascurabili sì da escludere la illegittimità ex art. 392 della condotta.

La condotta dell’imputato era giustificata dall’esigenza di impedire l’incontrollato transito di greggi di terzi, ma il fatto di aver messo a disposizione della persona offesa le chiavi necessarie per aprire i lucchetti non comportava nemmeno un aggravio al diritto di passaggio, essendo possibile aprirla in pochi attimi.

Il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose presuppone un comportamento arbitrario; lo stesso, perciò, non può ritenersi integrato dall’esercizio di una facoltà tipicamente ricompresa nell’esercizio di un diritto la cui spettanza al soggetto agente non è contestata, quando l’attività posta in essere non incide apprezzabilmente sulle facoltà o sulle pretese vantate dalla persona offesa.

Servitù di passaggio: le facoltà concesse dal diritto civile

In particolare, in materia di servitù di passaggio, o che implichino il diritto di passaggio, l’art. 1064 c.c. prevede che il proprietario del fondo servente possa chiudere il fondo, purché ne lasci «libero e comodo l’ingresso» al titolare del fondo dominante, mentre l’art. 1067 c.c. stabilisce che «il proprietario del fondo servente non può compiere alcuna cosa che tenda a diminuire l’esercizio della servitù o a renderlo più incomodo».

Nella giurisprudenza civile, risulta ampiamente condiviso il principio secondo cui, in tema di servitù di passaggio, rientra nel diritto del proprietario del fondo servente l’esercizio della facoltà di apportare modifiche al proprio fondo e di apporvi un cancello per impedire l’accesso ai non aventi diritto, pur se dall’esercizio di tale diritto possano derivare disagi minimi e trascurabili al proprietario del fondo dominante in relazione alle pregresse modalità di transito.

Non trattandosi di condotta civilisticamente illegittima, non potrà neppure ritenersi configurabile una fattispecie di reato.

Martina Scarabotta

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