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Sfruttava i permessi della legge 104 per seguire lezioni universitarie: licenziata

Sfruttava i permessi della legge 104 per frequentare lezioni universitarie invece di assistere la madre disabile: così, dopo una non breve querelle giudiziaria, è stata licenziata una dipendente di un comune del veronese.

La sentenza di Cassazione che respinge il ricorso e dà via libera al licenziamento

Con una sentenza (Cass. Civ. sez. lav. Sent. N. 17968/2016) pronunciata in queste ore, infatti, la Cassazione ha rigettato il ricorso della donna, di fatto respingendo l’impugnativa del licenziamento e cercando di dare una lezione ai furbetti della 104. Le motivazioni della sentenza? Provano a chiarire la vera ratio della norma in questione e vertono, allo stesso tempo, sulla cattiva fede della dipendente.

Legge 104: ratio, applicazioni e abusi

Quanto alla legge 104/92 e alle sue successive modifiche, sottolinea la sentenza, un’interpretazione letterale basta a riconoscere l’intento del legislatore. I permessi mensili retribuiti spettano al «lavoratore dipendente…che assiste persona con handicap in situazione di gravità». Solo in funzione delle attività di assistenza al familiare ammalato, cioè, ci si può assentare del lavoro. I permessi, insomma, non possono essere intesi in funzione “compensativa”, né possono rappresentare uno sgravo, seppure parziale, del carico lavorativo per recuperare il tempo libero e le energie spese durante attività di assistenza che si svolgono in tempi diversi da quelli coperti dai permessi —come invece sostenuto dalla ricorrente. Le previsioni della L. 104/92 comportano, infatti, un «sacrificio organizzativo» non indifferente per il datore di lavoro, «giustificabile solo in presenza di esigenze riconosciute dal legislatore (e dalla coscienza sociale) come meritevoli di superiore tutela», sottolinea la Cassazione.

Usare i permessi accordati in virtù della malattia della madre per finalità completamente personali come la frequenza universitaria, quindi, non è solo un abuso di diritto: si tratta anche di una «indebita percezione» di un’indennità che, di fatto, rischia di sviare la natura e il significato di uno strumento assistenziale del resto importantissimo come la legge 104/92.

L’aggravante della cattiva fede: la dipendente lavorava al personale

Quanto alla mancata buona fede, infine, due elementi depongono a sfavore della donna nel caso in questione. La dipendente comunale, infatti, svolgeva servizio presso l’ufficio del personale: motivo che porta a ipotizzare almeno la «consapevolezza degli specifici istituti contrattuali che disciplinano il rapporto di lavoro». La dipendente, poi, aveva fatto richiesta all’ente comunale di frammentare i permessi previsti dalla legge 104, in modo da poterne fruire nelle giornate del lunedì e del mercoledì mattina. Allo stesso ente aveva fatto richiesta di fruire di permessi di studio nella giornata del martedì, di fatto riuscendo a coprire l’intera settimana universitaria. Poco conta, in questo senso, che svolgesse effettivamente attività di assistenza alla madre in orari serali o che il comune le avesse accordato i permessi, salvo poi ricorrere all’iter legale dopo le indagini della polizia giudiziaria.

Virginia Dara

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