Shopping Cart

Sindrome di Down, non esiste il diritto a nascere solo se sani

Se il nascituro è affetto da sindrome di Down, l’omessa informazione da parte del ginecologo alla madre non è causa di risarcimento danni. Non esiste, infatti, un “diritto a non nascere se non sani”.

“Normalità” e “diversità” sono termini che nel linguaggio comune ricorrono spesso.  Ma cosa significa davvero essere “normali”?

Non esiste un manuale che lo spiega, non ci sono regole che disciplinano la “normalità”. Eppure per la maggioranza delle persone la “diversità”, intesa come altro rispetto alla normalità, è avvolta da un’aura sospetta: è percepita come sinonimo di isolamento, di minoranza, di debolezza, di ignoto.

E le cose si complicano ulteriormente quando lo stigma della “diversità” non riguarda più solamente una minoranza etnica o linguistica, un gruppo dark o dei giovani eclettici, ma colpisce  coloro che sono affetti da gravi malattie come la sindrome di Down.

Una tematica così delicata non può restar fuori dalle aule di giustizia: episodi di bullismo nei confronti di portatori di handicap, di persone omosessuali, di minoranze sociali, politiche ed etniche, purtroppo, sono all’ordine del giorno. 

Ma può la diversità legittimare l’esistenza di un “diritto a non nascere”? Il Caso

sala parto La vicenda trae origine dalla domanda, presentata dai genitori di una bambina affetta da sindrome di Down, contenente una richiesta di risarcimento danni nei confronti dell’Asl di Lucca e dei primari di ginecologia e laboratorio analisi, per non aver diagnosticato la patologia di cui era affetta impedendo così a sua madre, se correttamente informata, di abortire.

I giudici territoriali avevano escluso la risarcibilità del danno per mancanza di sussistenza delle condizioni previste dalla legge in tema di tutela della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza: i genitori, infatti, si erano limitati a sostenere che se avessero saputo tempestivamente che il feto presentava malformazioni, avrebbero optato per l’aborto.

La questione si è trascinata fino alla terza sezione civile della Corte di Cassazione che ha rimesso la decisione al vaglio delle Sezioni Unite poiché in giurisprudenza vi erano molti contrasti: chi negava la risarcibilità del danno e chi la ammetteva.

Cass. Civ. n. 16754/2012

sindrome di down felice

Tra le pronunce che ammettevano la risarcibilità del danno, quella che aveva creato molti dissensi è stata proprio la n. 16754/2012 (QUI la sentenza) con la quale la Cassazione per la prima volta aveva riconosciuto la legittimazione di una bambina malformata ad agire in giudizio, tramite i suoi genitori, per ottenere il risarcimento dei danni patiti nascendo con un handicap. La madre della minore, infatti, aveva proseguito nella gravidanza non sapendo che la bambina era malformata altrimenti avrebbe interrotto la gravidanza.

I giudici avevano accolto il ricorso ritenendo che la richiesta trovava fondamento negli artt. 2, 3, 29, 30 e 32 della Costituzione italiana. Il risarcimento alla minore, infatti, doveva essere riconosciuto poiché l’interesse giuridicamente protetto era quello di “consentire al minore di alleviare, sul piano risarcitorio, la propria condizione di vita” in armonia con i dettati della Costituzione. Secondo i giudici, quindi, una persona affetta da malformazione era condannata a vivere un’esistenza diversamente abile, un’esistenza “a metà”e quindi necessitava di un risarcimento per poter alleviare la propria sofferenza. Da ciò derivava che la madre se fosse correttamente informata dai medici durante la gravidanza sarebbe stata legittimata ad abortire poiché il feto aveva un handicap. Insomma: un bambino poteva nascere solamente se era sano, solamente se era “normale”. 

Sez. Un. 25767/2015: “non esiste il diritto a non nascere”.

La ricostruzione prospettata dalla sentenza del 2012 è stata fortemente respinta dalle Sezioni Unite che hanno negato possa affermarsi l’esistenza di un “diritto a non nascere” rifiutando l’idea di una “vita segnata dalla malattia, e come tale, indegna da essere vissuta”.

Per i giudici, infatti, ritenere che le difficoltà cui andrà incontro un bambino affetto da sindrome di Down possano essere compensate con sostegni di natura economica, è errato. Né tanto meno è configurabile una responsabilità del medico: se si ammettesse tale responsabilità, infatti, successivamente ci si dovrebbe interrogare sull’eventuale responsabilità della madre che, seppur correttamente informata, vuole portare a termine la gravidanza.

Riconoscere tali responsabilità, quindi, significherebbe ammettere che la vita di un bambino disabile è da considerare un danno! Ma i danni nella vita non sono di certo questi. Ciò che per alcuni è “diversità”, per atri è “specialità”; ciò che qualcuno vuole considerare un danno, per altri è la cosa più bella del mondo…

“ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla”.

Rosa d’Aniello

Ultimi articoli

Agi Sicilia “Una panoramica sulle novità del diritto del lavoro”
Agi Sicilia – Il capitalismo geograficamente mobile
Divorzio congiunto: e se un coniuge revoca il consenso?
Testimoni di Geova e privacy all’attenzione della Corte di giustizia UE

Formazione Professionale per Avvocati
P.Iva: 07003550824

Privacy Policy | Cookie Policy

Partner