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La morte dello specnaz russo Prokhorenko e le nuove prospettive del diritto dei conflitti armati alla luce dei nuovi scenari bellici

L’iniziativa dell’Associazione Nazionale Paracadutisti, di intitolare la centosessantunesima edizione del corso di paracadutismo da essa condotto ad Alexandr Prokhorenko, il giovane ufficiale delle forze speciali russe che a Tadmor, nella provincia siriana di Homs, diresse contro di sé il fuoco dei caccia dell’esercito di Mosca, per non cadere prigioniero dell’Isis (a seguito di ciò, peraltro, il militare in questione venne insignito dal presidente russo, Vladimir Putin, della Stella di Eroe della Federazione Russa), ha destato grande stupore nell’opinione pubblica, soprattutto perché, fino ad oggi, la tradizione era stata quella di dedicare questi corsi a combattenti di spicco italiani.

Polemiche, queste ultime, del tutto sterili e che non possono in minima parte offuscare questa lodevole decisione, dal momento che gli eroismi sono esempi universali e, soprattutto in ambito militare, non conoscono bandiera: nel caso di specie, lo specnaz russo ha sacrificato la propria vita anche per non mettere a repentaglio quella di eventuali altri suoi commilitoni, dal momento che «considerando la superiorità numerica delle forze ostili, la prossimità di queste ultime così come la consapevolezza dei sistemi terra-aria presenti a difesa di Palmira, una missione di salvataggio si sarebbe potuta trasformare in un bagno di sangue per i russi» (cfr. F. Iacch, Il Giornale, 23 marzo 2016) .

La consapevolezza di cadere nelle mani di un nemico spietato e non rispettoso della benché minima regola del diritto o dell’etica militare, ha fatto il resto: quotidianamente, d’altronde, assistiamo, alla violazione delle più basilari norme internazionali c. d. umanitarie (o dei conflitti armati) nelle numerose guerre che ormai, ben lungi dall’essere combattute da eserciti regolari, sono caratterizzate dall’asimmetricità degli scontri che caratterizzano i vari teatri operativi sparsi nel mondo, soprattutto in quello medio-orientale.

Gli attori si sono moltiplicati e l’affermarsi di nuove realtà quali, ad esempio, i gruppi armati non statali rende, da una parte, sempre più problematico individuare l’alveo normativo ad essi applicabile (il riferimento è, soprattutto, al I Protocollo alle Convenzioni di Ginevra), con l’ovvia conseguenza di una linea di demarcazione tra civili e combattenti (su cui poggia l’intero impianto del diritto umanitario) sempre più fluida; dall’altra, pone il problema, non meno trascurabile, di come indurre i suddetti (gruppi armati non statali) al rispetto della normativa internazionale.

Certo, accade anche agli eserciti o, piuttosto, alle aviazioni “regolari”, di poter violare la normativa in questione (si pensi, ad esempio, al bombardamento di scuole o ospedali, al punto che, a maggio di quest’anno, le Nazioni Unite si sono viste costrette ad emanare una direttiva apposita), ma se in questi casi si può parlare- con un certo grado di ragionevolezza- di “effetti collaterali” (non meno gravi, certo, per le conseguenze di morti e feriti che portano con sé, ma certamente non voluti con coscienza e volontà, almeno se non in determinati e ben specificati casi, comunque- si spera- valutati secondo precisi parametri normativi: in primis quelli della necessità militare e della proporzionalità), negli altri (messi in atto dai gruppi armati non statali) si può e si deve parlare di veri e propri crimini, perpetrati a danno di civili o di combattenti non più in grado di partecipare alle ostilità.

D’altronde, l’episodio del militare russo che, pur di non cadere nelle mani di qualche gruppo ribelle siriano o terroristico, ha preferito farsi bombardare dalla propria aviazione, risulta ben comprensibile se solo si vada a richiamare alla memoria altri casi avvenuti nel recente passato, quali l’abbattimento del Su-24 russo nel novembre dello scorso anno ad opera dell’aeronautica turca, o quello, più vicino temporalmente, del cacciabombardiere siriano abbattuto nei cieli a sud di Aleppo.

Come si ricorderà, in entrambi i casi, i piloti riuscirono a paracadutarsi fuori dell’apparecchio, prima che esso cadesse al suolo, ma le loro sorti non furono certo delle migliori: i due del jet russo, infatti, impegnati quel giorno- a quanto pare- in una missione di ricognizione, dopo essersi eiettati, furono bersaglio, durante la loro discesa a terra, del fuoco dei ribelli siriani ed a seguito di ciò, uno di essi (il tenente colonnello Oleg Peshkov) perse la vita, mentre l’altro (il capitano Konstantin Murahtin), rimasto illeso, riuscì successivamente ad essere tratto in salvo dalle forze russe inviate in azione di soccorso.

Il pilota del caccia siriano (il colonnello Khaled Sa’id), invece, venne fatto prigioniero dai ribelli dello Stato islamico e le foto della sua tortura, appositamente messe in rete, fecero il giro del mondo.

Ben si comprende, dunque, che il problema del mancato rispetto delle regole della guerra, o del codice d’onore militare, è serio e non potrà non costituire il tema centrale dei dibattiti futuri: anche se, a parere di chi scrive, certe norme o comportamenti non andrebbero insegnati, ma dovrebbero appartenere al d.n.a. di ogni soldato.

Proprio l’uccisione del pilota russo in fase di atterraggio col paracadute è quanto di più vigliacco e codardo possa accadere tra combattenti o sedicenti tali: qui si potrebbe ricordare, ad esempio, che proprio il Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, che si ricordava sopra, vieta espressamente l’attacco portato contro una persona che, per salvarsi dal naufragio del proprio velivolo, si sia paracadutata fuori di esso (l’art. 42, infatti, rubricato “Persone a bordo di aeromobili”, afferma, al primo comma, che ” Nessuna persona che si lancia in paracadute da un aeromobile che fa naufragio potrà essere oggetto di attacco durante la discesa”, ben specificando, al capoverso successivo che, «al momento di toccare il suolo di un territorio controllato da una Parte avversaria, la persona che si sia lanciata in paracadute da un aeromobile che fa naufragio dovrà avere la possibilità di arrendersi prima di essere oggetto di attacco, salvo che risulti manifesto che essa sta compiendo un atto ostile»).

Ma il punto di domanda è: la conoscenza delle regole varrebbe di per sé stessa ad evitare certe atrocità? Probabilmente no, e la storia è piena di esempi: Clausewitz, che pur sosteneva che «È chiaro che se i popoli civili non uccidono i prigionieri, non distruggono città e villaggi, ciò deriva dal fatto che l’intelligenza ha in essi parte maggiore nella condotta della guerra ed ha loro rivelato l’esistenza di mezzi d’impiego della forza più efficaci di quelli derivanti dalle manifestazioni brutali dell’istinto», non esitava a definire il diritto nella guerra come «impossibile».

Ma questo non può e non deve fermare la preziosa opera di divulgazione del diritto internazionale umanitario sia tra le forze armate che tra i “civili”: come ha avuto modo di scrivere l’attuale Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Gen. Tullio Del Sette, nella prefazione al libro di Ferdinando Fedi (“Pietro Verri, Pioniere del Diritto Umanitario”), dedicato alla figura di colui che, appunto, e ben a ragione, è considerato il pioniere del diritto internazionale umanitario (Pietro Verri), “la differenza tra prima e dopo” costui “e quelli che con lui nel Diritto Umanitario hanno creduto come precursori e per esso si sono prodigati, nei loro Paesi e nelle organizzazioni internazionali, è che tali aberrazioni sono state individuate e a tal punto stigmatizzate da avere una loro previsione nel diritto internazionale e possono quindi dal luogo ad attagliate sanzioni”.

D’altronde, il rapporto tra diritto internazionale umanitario e gruppi armati non statali è stato proprio il tema che ha contraddistinto la Seconda Conferenza internazionale svoltasi a Roma, presso la Scuola Ufficiali Carabinieri, gli scorsi 7 ed 8 Ottobre, a testimonianza del definitivo cambiamento del concetto di guerra, delle relative conseguenze ad essa connesse, e delle future sfide che attendono gli operatori del settore, come peraltro evidenziato dagli eminenti studiosi e rappresentanti istituzionali, italiani e stranieri, che si sono alternati sul “floor”.

È a queste sfide che, nonostante tutto, si deve guardare con rinnovato ottimismo, nella convinzione che il diritto “umanitario” possa riuscire sempre di più in quello che, forse, è da sempre stato il suo unico scopo (sin dai tempi più antichi l’Uomo ha cercato di darsi delle regole anche nei conflitti): ossia, parafrasando S. Agostino, quello di «insegnare ad essere umano anche facendo la guerra».

Marco Valerio Verni

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