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Status di rifugiato negato a nigeriana perseguita perché omosessuale

La Cassazione non riconosce la protezione sussidiaria nel caso in cui il richiedente non provi i “fondati motivi” che, una volta rimpatriato, gli recherebbero un “effettivo grave danno”.

Questo è il contenuto dell’ordinanza n. 16361, pubblicata l’8 agosto 2016, che la VI sezione civile ha disposto nei confronti di una cittadina nigeriana intenta ad ottenere protezione internazionale.

La minaccia di persecuzione per orientamento sessuale

Nel suo ricorso al Giudice di legittimità, la donna ha asserito di essere perseguita per via della sua condotta a carattere omosessuale. Condotta che nel suo paese di origine verrebbe punita con la pena capitale ovvero punizioni inumane e degradanti.

Come riportato nell’ordinanza, la donna aveva intrattenuto « una frequentazione con una ragazza, che la faceva oggetto di favori sessuali, ospitandola in casa sua ». A seguito della scoperta dei fatti, subì violenze da parte dei genitori e per timore di essere denunciata alla polizia, col rischio di subire una condanna capitale o torture, lasciava definitivamente il Paese.

Scarsa fondatezza dei fatti

La ricorrente nigeriana, che disponeva in precedenza di un permesso di soggiorno umanitario, ha così adito il Tribunale di Napoli per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato.

Il giudice di prime cure ha inevitabilmente respinto il ricorso denotando come, venendo meno ai propri doveri di collaborazione, « la ricorrente non avesse fornito alcun concreto elemento indiziario relativamente alla sua situazione personale ».

In Appello è stato aggiunto poi che « il suo racconto attuale, comunque stereotipato, non è accompagnato da alcun riscontro, anche minimale, e non vi sono ragioni obiettive per ritenere anche solo soggettivamente credibile la medesima: di fatto, il giudice adito, compresa la Corte, non sono nelle condizioni di svolgere attività istruttoria d’ufficio ».

La Protezione internazionale

La direttiva europea 2004/83 ha dato agli Stati membri indicazioni per la creazione della cd. Protezione internazionale. Questo istituto si differenzia in due categorie: “status di rifugiato”, che integra la definizione contenuta nell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951, e in una seconda chiamata “status di protezione sussidiaria”.

La protezione internazionale deve essere applicata in modo da consentire, a chi ne faccia richiesta, di ottenere il riconoscimento dello status maggiormente appropriato alla sua particolare condizione giuridica, sulla base di una richiesta generica di protezione internazionale. I presupposti di quella “sussidiaria” riguardano tutte quelle ipotesi in cui un soggetto non è qualificabile come “rifugiato” poiché la sua situazione personale non rientra nella cd. clausola di inclusione prevista dall’art. 1 lett. A della Convenzione di Ginevra del 1951.

Il legislatore italiano ha recepito e trasposto il contenuto di tale direttiva nell’art. 2, co. 1, lett. g, del decreto legislativo n. 251/2007. Lo status di beneficiario della protezione sussidiaria è così definito e riconosciuto, al cittadino di Paese terzo, o apolide, quando sussistano “fondati motivi” per ritenere che se ritornasse nel Paese di origine, o di dimora abituale, “correrebbe un rischio effettivo di subire un danno grave”.

L’art. 14 dello stesso decreto provvede ad individuare specificamente le fonti di danno grave, cui il richiedente andrebbe in contro se rimpatriato, tra cui rientrano la condanna o l’esecuzione di una pena capitale ovvero trattamenti inumani e degradanti.

L’interpretazione della Cassazione

La Cassazione, in accordo con i due gradi precedenti, rigetta così il ricorso.

Per i giudici, i riferimenti fattuali – relativi alla condotta omosessuale – sono limitati e quindi insufficienti per essere ricollegati a cause di discriminazione o di minaccia di danno grave. Tra l’altro non è stata neppure data indicazione se una denuncia per la condotta omosessuale sia stata presentata all’autorità di polizia locale.

In conclusione dice che « l’ulteriore censura relativa alla omessa acquisizione di informazioni sul trattamento sanzionatorio riservato all’omosessualità, e ai comportamenti omosessuali nel paese di origine della richiedente, è inammissibile vertendo su un profilo evidentemente assorbito dalla pregiudiziale valutazione di inattendibilità dei fatti narrati dalla ricorrente, operata dai giudici di merito ».

Luigi Coccimiglio

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