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“Succhiotto” sul collo ? E’ violenza sessuale

La passione, si sa, a volte è  irrefrenabile. Ma le conseguenze possono essere altrettanto “scottanti”.

La sentenza n° 47265/2016 della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione ha ribadito la rilevanza penale che assume, a date condizioni, quello che viene comunemente chiamato “succhiotto”. Nello specifico, il bacio “prolungato e molto aggressivo”, se posto in essere in assenza o contro la volontà di un soggetto, integrerà gli estremi del delitto di violenza sessuale di cui all’art. 609-bis c.p.

“Languidi baci e perfide carezze” ormai sembrano non avere più pace. Con la sentenza n° 47265 del 2016 la Corte di Cassazione, arricchendo ulteriormente la sua già copiosa giurisprudenza in ordine alla individuazione delle possibili forme delle condotte di violenza sessuale (art. 609-BIS c.p.), ha riconosciuto la penale offensività anche per il “succhiotto”.

La vicenda

Tra i motivi a fondamento del  ricorso presentato per l’annullamento di una sentenza del 2014- emessa a proprio carico dalla Corte d’Appello di L’Aquila ( e recante una condanna a sei anni e due mesi di reclusione) per i reati di lesioni personali aggravate e violenza sessuale in danno di una donna che aveva deciso di porre fine alla loro relazione extraconiugale- l’imputato contestava in particolare il fatto che fosse stata qualificata come condotta lesiva della libertà sessuale della vittima anche l’aver praticato sul collo di quest’ultima un “succhiotto”. L’intento infatti sarebbe stato solo quello di apporre una sorta di “marchio” ben visibile a chiunque avesse avuto intenzione di intrecciare una relazione amorosa con la donna.

A detta del ricorrente quindi, i giudici avrebbero provveduto ad una lettura non corretta della vicenda: dalle circostanze del caso concreto e dalle prove raccolte non emergerebbe alcuna traccia di taluni elementi essenziali del reato di cui all’art. 609- BIS c.p., come ad esempio l’effettivo dissenso della vittima oppure il  contatto con zone erogene del corpo di quest’ultima (assente proprio nel caso del “succhiotto” in questione).

La decisione della Corte: la visione “oggettiva” della violenza sessuale

Nel rigettare la censura sopra descritta, la Terza Sezione Penale della Cassazione segue un preciso iter argomentativo, che prende le mosse dalla funzione del reato di violenza sessuale e dalla natura del bene-interesse da esso tutelato. La struttura di tale reato  risente proprio della centralità che assume la libertà di autodeterminazione sessuale quale espressione della personalità umana: imponendosi per essa una tutela assoluta ed incondizionata, non può essere data alle intenzioni soggettive dell’autore del reato stesso un’importanza tale da escludere la responsabilità penale. La Suprema Corte in altre parole aderisce alla cd. concezione oggettiva della violenza sessuale, per la quale “l’atto deve poter essere definito sessuale sul piano obiettivo, senza attingere alle intenzioni dell’agente”. L’assenza di un fine di concupiscenza- affermata dall’imputato, intenzionato soltanto a “marchiare” la vittima- quindi non esclude la rilevanza penale della condotta.

La Corte ricorda altresì il superamento della vecchia tesi che collegava la condotta di violenza sessuale al solo contatto con le zone erogene della persona offesa: un orientamento interpretativo consolidato individua al contrario come parametro di selezione il significato sociale della condotta, per cui ciò che rileva è “ogni elemento eventualmente sintomatico della libera determinazione della sessualità del soggetto passivo oggettivamente e socialmente percepibile come tale”.

La natura sessuale del “succhiotto”

Secondo la Cassazione anche il succhiotto- da intendere precisamente come attività prolungata sul corpo altrui piena di ardore e passionalità”– può ben giustificare l’applicazione dell’art. 609-bis c.p. Non soltanto il “morso d’amore” è espressione di quella “carica erotica che il concedersi con piacere alla bocca altrui comporta”.

Nel caso concreto, infatti, è evidente come lo stesso sia stato utilizzato come un vero e proprio “strumento di una riaffermata (e malintesa) signoria sulla donna con un simbolo (il livido lasciato sul collo)” sintomatico di “..un’intimità sessuale esattamente percepibile e percepita come tale» dalle altre persone «senza necessità di ulteriori specificazioni».

Verso un’interpretazione “estensiva” ?

Con la sentenza indicata la Cassazione non sembra creare un principio di diritto “dal nulla”. Come già evidenziato, la concezione oggettiva della violenza sessuale- tale da non assegnare un rilievo centrale esclusivo al fine libidinoso o di concupiscenza- è di gran lunga la tesi maggioritaria, nell’ottica del riconoscimento di un vero “diritto penale del fatto” ed al di là di valutazioni soggettive.

Ma forse è proprio la sentenza n° 47265 ad evidenziare uno dei possibili “effetti collaterali” di tale tesi, e cioè l’idoneità a considerare nell’ambito di applicazione dell’art. 609-bis un numero davvero considerevole di casi. Si va ormai dalla “toccata repentina” dei seni (Cassaz. Sent. 19718/07) fino alla “pacca sul sedere”. Ciò può rendere ancora più arduo il compito del giudice, chiamato pur sempre in primo luogo a verificare la sussistenza di una effettiva lesione della libertà di autodeterminazione sessuale della vittima, per evitare il rischio di una eccessiva dilatazione applicativa del reato.

Proprio la discussa questione della “pacca sul sedere” ha dimostrato come non si possa talvolta evitare un’analisi a tratti minuziosa: la stessa Cassazione con la sentenza n. 35473/2016 ha affermato che tale condotta giustificherà l’applicazione dell’art. 609-BIS c.p. solo laddove protratta per un lasso significativo di tempo, integrandosi diversamente il -meno grave- reato di molestie.

Antonio Cimminiello

 

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