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T.A.R. Lazio, annullata la maxi-sanzione dell’Antitrust al CNF

Con sentenza n. 11169 pubblicata l’11 novembre 2016 (R.G.n. 5063/2016), il T.A.R. Lazio ha annullato la maxi-sanzione di 912.536,40 euro che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato aveva inflitto al Consiglio Nazionale Forense nel febbraio scorso “per non aver ottemperato all’ordine di rimozione, dalla propria banca dati e dal sito istituzionale, del parere n.48 del 11.07.2012, relativo alle prestazioni scontate da parte degli avvocati mediante siti web”.

Tale sanzione era la seconda inflitta al CNF per la mancata ottemperanza delle disposizioni contenute nel provvedimento n. 25154 del 22 ottobre 2014 comminato dalla AGCM, per alcune intese restrittive della concorrenza poste in essere in violazione dell’Art.101 TFUE da parte dell’organismo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura italiana.

A differenza del caso precedente, dove la sanzione era stata confermata anche in seconda istanza dal Consiglio di Stato, il T.A.R. ha propeso per l’annullamento “per mancata garanzia e non riconducibilità dei fatti sanzionati ad una ipotesi di inottemperanza”.

Il caso ‘Amica Card’. Il CNF aveva censurato l’utilizzo della pubblicità tramite circuiti web in quanto – come si legge nel parere oggetto della contestazione dell’AGCM – “non destinata ad esaurirsi nel fine promozionale, ma diretta alla concreta acquisizione del cliente” cosa che avrebbe permesso di raggiungere in maniera “aspecificamente generalizzata, il consumatore” tramite i suoi strumenti di accesso alla rete ed enfatizzando eccessivamente la convenienza della prestazione professionale offerta. In altri termini, il CNF ha ritenuto che la ‘promozione’ delle prestazioni attraverso il sito web “Amica Card” potesse essere, lato sensu, ingannevole e come tale potesse alterare in maniera significativa la concorrenza nel mercato.

L’Antitrust aveva invece contraddetto questo profilo sostenendo che detta forma di pubblicità, a mezzo di “vetrine online”, non è diretta ad alterare la concorrenza, ma ad aumentarne la trasparenza, colmando le lacune informative dei consumatori.

Stante l’inottemperanza del CNF alla prescrizione di rimuovere il parere, l’autorità ha proceduto ad irrogare la sanzione parametrandola a circa il 10% del fatturato. Da qui l’impugnazione al T.A.R.

La pronuncia del T.A.R. Lazio. Diversamente da quanto disposto dal Consiglio di Stato per la prima sanzione, in questo secondo caso vengono accolti i motivi del Ricorso presentato dal CNF, ritenendosi, sulla base della sanzione particolarmente grave ascritta dalla AGCM, una necessaria rivalutazione del concetto di ‘inottemperanza’. L’autorità ha erroneamente ritenuto la sussistenza di un’ipotesi di inottemperanza ai sensi dell’art. 15 e non di una fattispecie autonomamente rilevante, come ha correttamente ritenuto in relazione all’art. 35 del nuovo codice deontologico.

Il Tribunale sostiene che, “all’automatismo del meccanismo con cui il professionista viene assoggettato alla nuova sanzione, deve corrispondere un altrettanto schematico meccanismo di accertamento, nel senso che l’inottemperanza deve ravvisarsi solo quando sussiste una, facilmente apprezzabile, reiterazione di una condotta identica a quella già oggetto di sanzione”, di converso se il procedimento che porta all’irrogazione della sanzione necessita di un nuovo e diverso procedimento interpretativo – come in questo caso – dovrà essere avviato anche un nuovo e diverso procedimento rivolto a valutare la gravità della violazione parametrandovi la nuova sanzione.

In sostanza, nel dispositivo, il T.A.R. non solo non ravvisa una palese violazione delle norme sulla concorrenza del parere n.48/2012: appare rispettato, in questo caso, il principio in base al quale si ha la libertà di informare nel modo più opportuno e con qualsiasi mezzo, ma nel rispetto dei canoni deontologici e normativi in base ai quali vige il divieto di pagare terzi procacciatori di affari ed il contenuto della pubblicità deve essere trasparente corretto e veritiero.

La ratio del parere del CNF – secondo il Tribunale – “non era quella di limitare la possibilità di concorrenza tra iscritti attraverso un’informazione sulle caratteristiche della prestazione, ma piuttosto quella di stigmatizzare la ricerca e l’acquisizione della clientela, e quindi l’uso di mezzi che potessero e possono facilmente degradare ad improprio accaparramento di clientela attraverso la suggestione creata esclusivamente dalla convenienza economica che, enfatizzata, sarebbe divenuta l’unico criterio per orientare la scelta dell’utente”.

Da una tale interpretazione emerge non soltanto la sproporzione, quanto anche la non applicabilità delle sanzioni da parte dell’Antitrust e per questo, in accoglimento del ricorso del CNF, il giudice amministrativo di prima istanza ne ha ordinato l’annullamento.

Francesco Donnici

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