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Tabelle milanesi, precisazioni in tema di liquidazione equitativa del danno biologico

Le Tabelle milanesi sono un criterio di liquidazione, per un verso, egualitario ed uniforme, al fine di evitare che, a parità di menomazioni psicofisiche, si riconoscano importi notevolmente differenti; per altro verso, elastico e flessibile, per adeguare la liquidazione del caso di specie all’effettiva incidenza dell’accertata menomazione sulle attività della vita quotidiana del danneggiato.

Tabelle milanesi: criterio di riferimento per la liquidazione equitativa del danno biologico

Quando si parla di danno biologico si fa riferimento alla lesione della integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale.

 Ancora oggi non risulta agevole determinare la misura del risarcimento per questo tipo di lesione.

Nella liquidazione del danno biologico, l’uniformità di trattamento di casi analoghi viene garantita dal riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano attraverso le tabelle  del danno biologico.

Le Tabelle milanesi  sono basate sul criterio del punto tabellare, che persegue l’obiettivo di una progressività della somma da liquidare in corrispondenza di lesioni di grado percentuale più elevato.

Le Tabelle milanesi sono andate nel tempo assumendo e  palesando una “vocazione nazionale”, in quanto recanti i parametri maggiormente idonei a consentire di tradurre il concetto dell’equità valutativa  e ad evitare una ingiustificata disparità di trattamento che finisca per profilarsi in termini di violazione dell’art 3 Cost.  comma 2.

La loro utilizzazione è stata dalle Sezioni Unite avallata nei limiti in cui, nell’avvalersene, il giudice proceda ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, al fine “di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza”.

Tabelle milanesi e danno parentale

Il danno parentale consiste “nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti”.

Oggi il danno parentale per la morte del congiunto deve essere integralmente risarcito mediante l’applicazione di criteri di valutazione equitativa rimessi alla prudente discrezionalità del giudice, in relazione alle perdite irreparabili della comunione di vita e di affetti e della integrità della famiglia e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti, con un’equa e ponderata liquidazione che tenga conto di tutte le conseguenze connesse alla morte del familiare nella sua cerchia degli affetti.

Tra i criteri liquidatori del danno parentale va segnalato quello previsto dalle Tabelle milanesi, con il riconoscimento di una somma onnicomprensiva, da determinarsi in base ad una forbice, in considerazione degli elementi sopra evidenziati che consente di avere una visione unitaria del pregiudizio ed assicura una uniformità di base risarcitoria, con possibilità di personalizzazione in relazione alle condizioni soggettive della fattispecie.

Tabelle milanesi: disapplicazione possibile solo se motivata

tabelle milanesi

La disapplicazione degli importi minimi o massimi previsti dalle tabelle  di risarcimento del danno non patrimoniale è possibile solo se viene adeguatamente motivata.

  É quanto affermato dalla Corte di Cassazione -con sentenza n. 20925 del 17 ottobre 2016- in relazione alla posizione dei genitori della vittima di un sinistro stradale che si sono visti liquidare una somma pari alla metà dell’importo minimo tabellare.

Deve ribadirsi -rileva la Corte- che i limiti minimi e massimi possono essere superati “solo quando la specifica situazione presa in considerazione si caratterizzi per la presenza di circostanze di cui il parametro tabellare non possa già aver tenuto conto.

E ciò  in quanto  il punto tabellare è elaborato in astratto in base all’oscillazione ipotizzabile in ragione delle diverse situazioni ordinariamente configurabili secondo l’id quod plerumque accidit, dando adeguatamente atto in motivazione di tali circostanze e di come esse siano state considerate”.

Ciò premesso, deve ritenersi che la Corte di merito sia incorsa nella dedotta violazione di legge quando ha riconosciuto meno del minimo  in difetto di elementi che deponessero effettivamente nel senso che la qualità del rapporto affettivo fra gli appellanti ed il figlio deceduto fosse scaduta al di sotto del livello “ordinario”, ossia dei livelli tenuti presenti in sede di elaborazione delle tabelle, all’interno della forbice esistente fra il valore minimo e quello massimo.

 Quelli indicati dalla Corte di merito (ossia il fatto che la vittima -trentunenne- avesse costituito un proprio nucleo familiare e si tosse trasferito in una località diversa da quella di origine) costituiscono elementi che possono senz’altro far presumere una riduzione della frequentazione fra i genitori e il figlio, ma che sono del tutto inidonei a configurare un allentamento del rapporto affettivo genitore/figlio, la cui perdita irreversibile costituisce lo specifico oggetto della richiesta risarcitoria.

È vero che  per la stessa configurabilità del danno al prossimo congiunto, è opportuno tener conto nella liquidazione del danno al familiare essenzialmente della natura e intensità del legame tra vittime secondarie e vittima primaria, nonché della quantità e qualità dell’alterazione della vita familiare (da provarsi anche per presunzioni).

 Ebbene, quella valutata dalla Corte risulta quale “ordinaria” relazione affettiva fra un figlio che ha da poco costituito un proprio nucleo familiare e la famiglia di origine, in cui è del tutto “normale” una diminuzione della frequentazione (prima quotidiana, stante la coabitazione), ma nella quale non può presumersi – in difetto di individuazione di specifici elementi di segno contrario- l’affievolimento della relazione affettiva al di sotto del limite che giustifica il riconoscimento del risarcimento tabellare minimo

I congiunti di una vittima di un fatto illecito che ha subito gravi lesioni possono chiedere al civilmente responsabile il danno non patrimoniale per la lesione del rapporto parentale da loro subito.

Tale voce di danno è costituita, in buona sostanza, sia dalle sofferenze che dal mutamento in peius delle relazioni personali familiari eziologicamente conseguenti alla morte dalla vittima primaria in conseguenza di un fatto illecito.

Sabrina Nista

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