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Telecamere nei posti di lavoro, spiare i lavoratori è reato

La Corte di Cassazione, ha dichiarato, con la sentenza n. 45198/2016, che è reato la presenza di telecamere nei luoghi di lavoro, anche se spente

Chi di voi, cari lettori, vorrebbe controllare chi svolge diverse mansioni all’interno dell’attività da cui deriva il vostro guadagno per vivere? Credo in molti; ma attenzione: secondo recente giurisprudenza, installare delle telecamere per controllare i propri dipendenti è reato.

La Corte di Cassazione, infatti, con la sentenza n. 45198, pubblicata il 26 ottobre 2016  si è pronunciata in tal senso. Vediamo perché.

Telecamere nei posti di lavoro: il caso

Il Tribunale di Ascoli Piceno, con una pronunzia del 23 dicembre 2013, ha condannato due donne proprietarie di un night club al pagamento di euro 1.000,00 di ammenda, per avere installato nel loro locale delle telecamere con le quali era possibile controllare a distanza l’attività dei dipendenti.

Il tutto avveniva, peraltro, senza il benestare delle rappresentanze sindacali, e senza osservare le modalità indicate dalla Direzione Territoriale del lavoro locale.

Non accettando la decisione del Giudice di primo grado, le due donne hanno proposto appello, convertito in ricorso per cassazione.occhio-elettronico

Le imputate lamentavano da un lato, un’errata valutazione dei testimoni, ritenendo che uno solo dei testi escussi avesse riferito della presenza di una sola telecamera, di cui non era neppure stata accertata la funzionalità; dall’altro, che l’unica telecamera esistente aveva funzioni difensive essendo prossima alla cassa e volta, quindi, a prevenire ed accertare comportamenti illeciti dei dipendenti, e non anche a raccogliere notizie sulla attività lavorativa dei dipendenti stessi.

La Suprema Corte, nonostante le lagnanze delle ricorrenti, ha ritenuto inammissibile i ricorsi.

Telecamere nei posti di lavoro: la decisione della Terza Sezione penale della Corte di Cassazione

Riprendendo le motivazioni già esposte dal giudice di prime cure, la Suprema Corte ribadisce come lo Statuto dei Lavoratori, disciplinato dalla L. 300 del 1970, all’art. 4, vieta l’utilizzo di impianti audiovisivi volti a controllare a distanza il lavoro dei dipendenti, a meno che non vi siano particolari esigenze produttive o di sicurezza e solamente previo accordo con le R.S.U., o previo consenso scritto di tutti i lavoratori.

In caso contrario, può ben prevedersi una condotta criminosa poiché idonea a ledere la riservatezza dei lavoratori.

Ma viepiù. Nonostante la soppressione dell’art. 38 della Statuto dei lavoratori ad opera dell’ art. 179 d.lgs. 196 del 30 giugno 2003, che prevedeva la sanzione in caso di violazione dei divieti relativi all’utilizzo di impianti audiovisivi nei luoghi di lavoro, la disposizione resta tuttora vigente. La legge che ha operato la soppressione, infatti, si è attivata per colmare la lacuna mediante il combinato disposto dei suoi artt. 114 e 171, che confermano quanto disposto dall’art. 4 e rinviano alle sanzioni contemplate dal summenzionato art. 38.

Ciò, precisano i giudici, esclude la depenalizzazione della fattispecie ad opera dell’art. 1, comma 1, d.lgs. 8 del 15 gennaio 2016, poiché «essendo prevista la pena alternativa dell’ammenda o dell’arresto e non la sola pena pecuniaria, si prevede una condotta criminosa rappresentata dalla installazione di impianti audiovisivi idonei a ledere la riservatezza dei lavoratori, qualora non vi sia stato consenso sindacale (o autorizzazione scritta di tutti i lavoratori interessati) o permesso dall’Ispettorato del lavoro».

cassazioneLa Cassazione, prosegue, poi, sostenendo che il mancato accertamento del funzionamento delle telecamere installate all’interno del locale e collegate ad un monitor posto in un’altra stanza, evidenziano la precisa volontà e idoneità per il controllo a distanza dei lavoratori, e come tali, sufficiente per integrare l’illecito.

«Si tratta di un reato di pericolo», spiega la Suprema Corte «essendo diretto a salvaguardare le possibili lesioni dei lavoratori, con la conseguenza che per la sua integrazione è sufficiente la mera predisposizione di apparecchiature idonee a controllare a distanza l’attività dei lavoratori, in quanto per la punibilità non è richiesta la messa in funzione o il concreto utilizzo delle attrezzature, essendo sufficiente l’idoneità al controllo a distanza dei lavoratori e la sola istallazione dell’impianto.»

Non è dunque necessario che le apparecchiature siano messe in funzione per integrare il reato.

In conclusione, la Suprema Corte ritiene corrette le motivazioni operate dal Tribunale e come tali insindacabili sul piano del merito.

Entrambi i ricorsi, pertanto, sono stati dichiarati inammissibili e le due imputate sono state condannate anche al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una ulteriore ammenda di euro 1.500,00 in favore della Cassa Ammende.

Datori di lavoro curiosi o in allerta per le sorti dei propri guadagni, siete stati avvisati e altro non potrete fare se non fidarvi. Quale miglior metodo, allora, se non parlare e instaurare un rapporto quasi familiare con i vostri dipendenti, per evitare brutte sorprese? A voi la scelta.

Maria Teresa La Sala

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